È stato confermato in Emilia-Romagna il primo caso umano di infezione da virus West Nile del 2026. Il paziente è un uomo di 80 anni, residente tra i comuni di Modena e Nonantola, ricoverato in condizioni stabili presso il reparto di Medicina interna del Policlinico di Modena. L'Azienda Usl ha avviato l'indagine epidemiologica prevista dal Piano regionale di sorveglianza.
Secondo l'Ausl di Modena, il caso è stato confermato l'11 luglio, una settimana più tardi rispetto al 2025 ma in linea con l'andamento stagionale dell'arbovirosi, ormai endemica in Italia, in particolare nelle regioni del bacino padano. Il virus viene trasmesso all'uomo attraverso la puntura di zanzare del genere Culex infette e non si trasmette da persona a persona. Per questo motivo, diversamente da quanto avviene per dengue e altre arbovirosi trasmesse dalla zanzara tigre, non sono previste disinfestazioni nell'area di residenza del paziente.
L'Azienda sanitaria ricorda che nella maggior parte dei casi l'infezione decorre in modo asintomatico, mentre una quota limitata di pazienti può sviluppare la West Nile disease con sintomi simil-influenzali. Le forme neurologiche gravi sono rare, ma possono manifestarsi soprattutto nelle persone anziane o fragili e richiedere il ricovero ospedaliero.
Sul piano della prevenzione, l'Ausl richiama l'importanza dei trattamenti larvicidi dopo le piogge e dell'uso di repellenti, zanzariere e altri sistemi di protezione individuale, ricordando che anche piccoli ristagni d'acqua possono favorire la proliferazione delle zanzare.
Sul quadro epidemiologico è intervenuto anche Fabrizio Maggi, direttore del Dipartimento di Epidemiologia, ricerca preclinica e diagnostica avanzata dell'INMI Spallanzani, secondo il quale il primo caso autoctono registrato nel Lazio «era un evento abbastanza prevedibile». L'esperto sottolinea che la febbre West Nile e altre arbovirosi sono ormai stabilmente presenti sul territorio nazionale e che l'individuazione di un caso con sintomatologia lieve dimostra il funzionamento del sistema di sorveglianza e una maggiore capacità diagnostica maturata dopo l'esperienza del 2025.
Maggi ricorda inoltre che solo circa il 20% delle persone infette sviluppa sintomi e che soltanto una quota molto ridotta evolve verso forme neurologiche. Tra gli elementi che possono orientare il sospetto clinico indica la presenza di febbre associata a rash cutaneo, il soggiorno in aree con specchi d'acqua e la maggiore sensibilità dei medici di medicina generale nel porre la diagnosi differenziale. La conferma diagnostica può essere ottenuta con test di laboratorio che ricercano il virus nel sangue o nelle urine oppure gli anticorpi specifici.
Anche Gianni Rezza, docente di Igiene all'Università Vita-Salute San Raffaele, evidenzia la necessità di una tempestiva informazione ai cittadini sulla distribuzione del virus e sulle misure di prevenzione. Secondo l'esperto, i dati disponibili consentono comunque di attivare i controlli sulla sicurezza del sangue e gli interventi di sanità pubblica coordinati dalle autorità sanitarie.