“Se oggi le Case di Comunità non sono ancora pienamente popolate dai medici, non è perché manchino le leggi. È perché l’attuazione di quelle norme è proceduta troppo lentamente. La legge Balduzzi del 2012 aveva già disegnato un modello fondato sul lavoro in équipe, sull’integrazione tra professionisti, sulla presa in carico dei pazienti e su una presenza organizzata sul territorio e aveva previsto anche il superamento della distinzione, per i medici di medicina generale, tra medici a ciclo di scelta e medici a rapporto orario, introducendo il Ruolo unico dell’Assistenza Primaria. Solo con l’Accordo collettivo del 2024, sottoscritto da tutte le organizzazioni sindacali, si è però arrivati a dare piena attuazione al ruolo unico, che dal 1° gennaio 2025 è diventato l’unico incarico possibile”.
Intervenendo, sul Quotidiano Nazionale, a un dibattitto aperto da Letizia Moratti, l’assessore al Welfare di Regione Lombardia Guido Bertolaso torna sul tema del rilancio della medicina territoriale, dopo la bocciatura del progetto di riforma Schillaci che prevedeva il passaggio, su base volontaria, degli Mmg a dipendenti pubblici. Un progetto, ricorda Bertolaso, già avviato da Roberto Speranza, ministro della Salute nel governo Draghi: “Quella riforma non vide la luce soltanto perché la caduta del governo ne interruppe l’iter. È utile quindi riconoscere che il confronto odierno non nasce certo nelle ultime settimane e che alcune delle soluzioni considerate impraticabili erano ritenute allora pienamente condivisibili. Peraltro, le ipotesi oggi in discussione sulla questione della dipendenza si fondano sulla volontarietà e riguardano situazioni del tutto marginali, da attuare comunque con il consenso del sindacato dei medici di famiglia”.
Il tema, per l’assessore, non è di natura contrattuale ma molto più pratico, finalizzato a dare risposte concrete alle esigenze dei cittadini: “Servono medici presenti nelle Case di Comunità, una reale presa in carico dei pazienti cronici, più prevenzione, più assistenza domiciliare, più integrazione tra territorio e ospedale. In poche parole, serve una medicina generale più organizzata e più vicina alle persone. L’esperienza ci insegna che gli accordi sulla carta non bastano. Basti pensare che la possibilità, introdotta quest’anno, di svolgere quattro ore aggiuntive, retribuite, nelle Case di Comunità è stata raccolta in Lombardia da una percentuale minima di medici, pari solo all’1%. Non si tratta di mettere in discussione il rapporto fiduciario tra medico e paziente, che rappresenta un valore da preservare. Si tratta di capire se il sistema sanitario può continuare a basarsi esclusivamente sulla disponibilità individuale o se non sia invece arrivato il momento di definire con chiarezza quali servizi i cittadini hanno diritto di ricevere e come garantirli in modo uniforme”.
L’auspicio finale è di mettere mano rapidamente alle riforme: “Dopo dodici anni di rinvii, questo sarebbe stato il momento di passare definitivamente dalle intenzioni ai risultati concreti”.