Specifiche alterazioni epigenetiche potrebbero aiutare a identificare i pazienti con mielodisplasia destinati a evolvere verso leucemia mieloide acuta, anche nei casi classificati a basso rischio. È quanto emerge da uno studio coordinato da ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia, dell’Università degli Studi di Milano e di Humanitas Research Hospital, pubblicato sulla rivista Blood.
La ricerca, sostenuta da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, è stata coordinata da Serena Ghisletti, ricercatrice del Dipartimento di Oncologia sperimentale dello IEO e professoressa di Biochimica all’Università Statale di Milano, insieme a Matteo Giovanni Della Porta, responsabile Leucemie di Humanitas Research Hospital e professore di Humanitas University.
Attraverso tecniche di trascrittomica ed epigenomica, i ricercatori hanno individuato alterazioni molecolari nel DNA associate alla progressione della mielodisplasia verso forme più aggressive. In particolare, lo studio ha identificato il ruolo della proteina PU.1, coinvolta nella regolazione dell’attività di numerosi geni e nei meccanismi immunitari e infiammatori legati alla progressione della malattia.
Secondo gli autori, uno dei principali limiti nella gestione clinica delle mielodisplasie riguarda proprio la difficoltà di identificare i pazienti che, pur classificati a basso rischio sulla base degli attuali sistemi prognostici, evolveranno verso leucemia mieloide acuta. Circa un terzo dei pazienti considerati a basso rischio, spiegano i ricercatori, presenta infatti una progressione inattesa della malattia.
“Abbiamo trovato il modo di identificare quei pazienti ‘nascosti’ che, pur avendo caratteristiche di basso rischio, hanno elevate probabilità di sviluppare una leucemia mieloide acuta”, ha spiegato Ghisletti. “Abbiamo evidenziato il ruolo della proteina PU.1, che costituisce un legame fra la risposta immunitaria e la progressione della malattia”.
Gli esperimenti di laboratorio hanno mostrato che il blocco dell’attività di PU.1 riduce la proliferazione delle cellule mielodisplastiche e l’attività dei geni associati alle risposte immunitarie e infiammatorie.
“Identificare il sottogruppo nascosto di pazienti ad alto rischio è la base di partenza per migliorare la gestione clinica della malattia e per trovare nuove terapie a bersaglio molecolare”, ha dichiarato Della Porta. Secondo il ricercatore, l’integrazione delle informazioni epigenetiche negli attuali sistemi prognostici potrebbe rappresentare un passo verso approcci di medicina di precisione nelle mielodisplasie.
I risultati dello studio sono ancora in fase preclinica e saranno necessari ulteriori studi per valutare le possibili applicazioni terapeutiche.