Ridurre del 35% lo stress infiammatorio dopo un intervento per tumore del colon-retto grazie alla chirurgia robotica. È il risultato emerso dallo studio multicentrico italiano ESSIMIC, pubblicato sulla rivista Scientific Reports e coordinato da Marco Milone, professore associato di chirurgia generale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e vicepresidente dell’Italian Club of Robotic Surgery. Secondo i dati della ricerca, la tecnologia robotica consente di ridurre in modo significativo la risposta infiammatoria post-operatoria rispetto alla laparoscopia tradizionale, con possibili benefici sul recupero e sul rischio di complicanze.
Lo studio ha coinvolto 314 pazienti operati in sette centri italiani di eccellenza: 161 sottoposti a chirurgia robotica e 153 a laparoscopia tradizionale. L’analisi ha evidenziato una marcata riduzione dei livelli di Interleuchina-6 (IL-6) e TNF-α, due marcatori associati allo stress chirurgico e alla risposta infiammatoria dell’organismo. Nel dettaglio, l’aumento della IL-6 nelle 24 ore successive all’intervento è stato del 478% nei pazienti operati con il robot contro il 730% registrato nella laparoscopia tradizionale. Ancora più netta la differenza relativa al TNF-α: +15,57% con la chirurgia robotica rispetto al +47,58% osservato con la laparoscopia. “L’intervento chirurgico rappresenta comunque un trauma per l’organismo, che reagisce attivando una cascata di segnali infiammatori”, spiega Milone. “Abbiamo dimostrato che il sistema robotico consente una chirurgia più accurata e meno traumatica, con livelli di citochine significativamente inferiori nel post-operatorio”.
Secondo i ricercatori, i benefici risultano particolarmente evidenti nei pazienti obesi e nei casi più complessi dal punto di vista anatomico, come gli interventi nel distretto pelvico. La tecnologia robotica, grazie alla visione tridimensionale e agli strumenti articolati che replicano i movimenti del polso umano, permetterebbe infatti una maggiore precisione e delicatezza rispetto alla laparoscopia standard. Oltre all’Università Federico II di Napoli, hanno partecipato allo studio anche Istituto Europeo di Oncologia, Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascale, Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi di Torino, Università Politecnica delle Marche e Ospedale Cardarelli.