I prodotti antibatterici di largo consumo, saponi liquidi, salviette, spray disinfettanti, tessuti trattati, cosmetici, potrebbero rappresentare un motore silenzioso e sottovalutato per la diffusione dell’antibiotico resistenza (AMR). È quanto emerge da un viewpoint pubblicato su Environmental Science & Technology.
Le infezioni resistenti agli antibiotici causano oggi oltre un milione di morti l'anno a livello globale, cifra che potrebbe raddoppiare entro il 2050. In questo scenario, ogni fonte di pressione selettiva non giustificata da un beneficio clinico documentato merita una revisione critica.
I prodotti antibatterici di largo consumo non riducono l'incidenza di infezioni nella popolazione generale rispetto al semplice sapone. Eppure, il loro utilizzo ha subito un'impennata durante la pandemia da COVID-19, rimanendo stabilmente elevato.
La lotta alla resistenza antimicrobica (AMR) ha storicamente puntato il dito verso l'abuso di antibiotici in ambito ospedaliero e zootecnico. Al centro della nuova analisi ci sono i composti quaternari di ammonio (QAC), tra cui spicca il cloruro di benzalconio (BAC), presente in un'ampia gamma di prodotti etichettati come "antigermi" o "antibatterici".
Il problema non è la concentrazione battericida del prodotto in uso, ma quello che avviene dopo: circa un quarto dei QAC ogni anno finisce nell'ambiente direttamente, mentre il restante 75% confluisce negli impianti di trattamento delle acque reflue, che si configurano come hotspot per lo sviluppo e la diffusione di geni di resistenza. Concentrazioni subinibitorie di biocidi nelle acque reflue creano condizioni selettive che favoriscono il trasferimento orizzontale di geni di resistenza tra batteri di specie diverse, attraverso meccanismi come la coniugazione.
Questo scenario ha quindi ricadute concrete. La circolazione ambientale di QAC e altri biocidi a concentrazioni subletali seleziona ceppi batterici con ridotta sensibilità non solo ai disinfettanti, ma anche ad antibiotici di uso clinico, un fenomeno di resistenza crociata documentato in numerosi studi di laboratorio citati nel viewpoint. Ceppi di Pseudomonas aeruginosa, Staphylococcus aureus e altri patogeni nosocomiali presentano già oggi meccanismi di resistenza ai QAC mediati da pompe di efflusso, con potenziale impatto sull'efficacia dei protocolli di disinfezione ospedaliera.
Quello che rende la questione particolarmente rilevante è il rapporto rischio/beneficio squilibrato. FDA, CDC e OMS raccomandano già da tempo di lavarsi le mani con acqua e sapone comune piuttosto che con sapone antibatterico, per l'assenza di benefici aggiuntivi dimostrati e per le preoccupazioni legate alla tossicità degli ingredienti attivi e al loro potenziale contributo all'AMR.
Gli autori invitano l'OMS e i governi nazionali ad agire su tre livelli: inserire i biocidi dei prodotti di consumo nel prossimo Piano d'Azione Globale sull'AMR con obiettivi quantitativi di riduzione; introdurre restrizioni regolamentari sull'uso di ingredienti antimicrobici nei prodotti domestici privi di evidenza di efficacia; promuovere campagne di informazione per correggere la percezione, ancora diffusa tra i pazienti, che i prodotti "antibatterici" offrano una protezione superiore. Un fronte, concludono i ricercatori, che rappresenta forse il bersaglio più accessibile, e finora più ignorato, nell'intera strategia globale contro l'AMR.