Nel 2024 quattro anziani su dieci nell’Unione europea valutano positivamente il proprio stato di salute. Il dato, diffuso da Eurostat, conferma un progressivo peggioramento della percezione soggettiva con l’avanzare dell’età e riporta al centro dell’attenzione il tema della qualità degli anni vissuti, oltre alla sola aspettativa di vita.
La percezione soggettiva dello stato di salute, o self-rated health, rappresenta un indicatore predittivo cruciale, spesso correlato a mortalità, aderenza terapeutica e frequenza di accesso ai servizi sanitari. I dati presentati in occasione della Giornata Mondiale della Salute celebrata ogni 7 aprile dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), descrivono la percezione di salute come un concetto soggettivo, influenzato non solo dalle effettive condizioni cliniche, ma anche dal contesto sociale, economico e psicologico in cui si vive.
I dati, relativi alle rilevazioni ottenute fino a fine 2024, scattano una fotografia complessa dell'invecchiamento in Europa: se nella popolazione generale il 68,5% dei cittadini riferisce di stare bene, la quota crolla drasticamente con l’avanzare dell’età, attestandosi appena al 40% tra gli over 65. Questo trend conferma che l'invecchiamento si associa a una peggiore percezione soggettiva, elemento che incide direttamente sulla qualità della vita e sulla pressione assistenziale. All’estremo opposto, solo l’8,5 per cento delle persone ha definito il proprio stato di salute come “cattivo” o “molto cattivo”, mentre il restante 23,0 per cento ha optato per una valutazione “discreta”. Questi dati suggeriscono un generale senso di benessere diffuso nel continente, riflettendo la qualità della vita e l’efficacia dei sistemi sanitari nazionali.
L'Italia si colloca in una posizione mediana, leggermente superiore alla media UE con un 42,7% di anziani che valutano positivamente la propria condizione, dopo Spagna (44,4%) e Francia (44,2%) e prima della Germania (36,6%). Il nodo centrale per la sanità pubblica italiana, caratterizzata da una delle popolazioni più longeve al mondo, resta la compressione della morbilità. Vivere più a lungo non coincide infatti necessariamente con il vivere in salute: i dati sottolineano che una quota significativa di anni guadagnati viene vissuta con limitazioni funzionali. In questa ottica, la sfida si sposta dalla mera gestione della patologia acuta alla promozione di un invecchiamento attivo e alla gestione integrata della fragilità.
Tuttavia, il dato appare lontano dalle performance di paesi come l’Irlanda, dove ben il 62% dei senior si dichiara in buona salute, o del Belgio e del Lussemburgo, entrambi sopra il 56%. Al polo opposto si registra il forte disagio dell'area baltica e del Portogallo: solo il 12,5% della popolazione anziana in Lituania ha percepito il proprio stato di salute come molto buono o buono, il 13,1% in Lettonia e il 19,1% in Portogallo; suggerendo come l’organizzazione dei sistemi sanitari e i determinanti socioeconomici influenzino pesantemente il vissuto della malattia e della senescenza.
In sintesi, i risultati Eurostat richiamano la necessità di un cambio di paradigma che metta al centro il potenziamento della prevenzione nelle fasce pre-anziane e interventi mirati sui determinanti sociali. La salute percepita deve dunque essere considerata un indicatore chiave per la programmazione sanitaria, utile a orientare risorse verso modelli di cura che non puntino solo alla sopravvivenza, ma agli anni vissuti in buona qualità.
Matteo Vian