"Il Long Covid è ancora una malattia difficile da capire e da diagnosticare". È da qui che parte l’analisi di Eva Piano Mortari, ricercatrice dell’Unità di ricerca Linfociti B dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, intervista da Doctor33, che fotografa lo stato dell’arte di una sindrome ancora in gran parte da decifrare. Nonostante i progressi degli ultimi anni, infatti, la condizione resta caratterizzata da forte eterogeneità clinica e dall’assenza di strumenti diagnostici definiti. "Siamo ancora in una fase abbastanza prematura", spiega. "Sappiamo che il sistema immunitario è coinvolto, ma non è chiaro perché in alcuni pazienti si attivi in modo anomalo e mantenga uno stato infiammatorio persistente". Un elemento centrale è proprio la variabilità dei quadri clinici. "Più che una singola malattia, oggi parliamo di endotipi", sottolinea Piano Mortari. "I sintomi cambiano molto da persona a persona e questo rende complesso sia l’inquadramento sia l’identificazione di terapie mirate". Un problema aggravato dal fatto che "non esiste ancora un biomarcatore specifico", e che la sindrome può manifestarsi o peggiorare anche a distanza di tempo dalla negativizzazione del virus.
In questo scenario si inserisce lo studio pubblicato su The Lancet Infectious Diseases, realizzato insieme all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, che ha descritto il recupero di un paziente con Long Covid severo trattato con immunoglobuline. Il lavoro ha evidenziato, in un sottogruppo di pazienti, la presenza di autoanticorpi diretti contro recettori del sistema nervoso autonomo. "Si tratta di biomarcatori interessanti, ma non presenti in tutti i pazienti", precisa la ricercatrice. "Ancora una volta, endotipi diversi sembrano avere profili immunologici diversi". L’ipotesi è che questi parametri possano guidare la selezione dei pazienti candidabili a trattamenti mirati. "L’idea è di screenare i pazienti e proporre le immunoglobuline solo a quelli con autoanticorpi elevati", spiega. Il razionale biologico è legato alla capacità delle immunoglobuline di ridurre gli autoanticorpi circolanti, modulando i meccanismi che ne regolano la persistenza.
Nel caso clinico analizzato, la risposta è stata rapida e significativa, con un recupero progressivo delle funzioni cognitive e della qualità di vita. Ma la cautela resta fondamentale. "È stato studiato un solo paziente", ricorda Piano Mortari. "Ora dobbiamo ampliare la casistica e avviare trial clinici per confermare questi risultati". Un aspetto rilevante riguarda anche la popolazione pediatrica, spesso meno considerata. "Il Long Covid colpisce anche i bambini e può avere un impatto importante sulla loro vita quotidiana", evidenzia. "Parliamo di stanchezza cronica, difficoltà di concentrazione, impossibilità di fare sport o seguire la scuola come prima". Proprio per questo, le immunoglobuline potrebbero rappresentare una prospettiva anche in questo ambito. "Sono farmaci già utilizzati in pediatria per altre patologie autoimmuni e con un buon profilo di sicurezza", osserva. "In futuro potremmo valutare un loro impiego anche nei più piccoli". Resta però una criticità trasversale: la sottodiagnosi. "È una patologia difficile da riconoscere e probabilmente ancora sottostimata", conclude. "Abbiamo fatto progressi, ma servono molti altri studi per capire davvero i meccanismi e tradurre queste conoscenze in percorsi clinici strutturati".
Anna Capasso