Professione medica
Intervista
31/03/2026

Antibiotico-resistenza e sepsi, Falcone: servono dati condivisi e percorsi strutturati

Dalla stewardship alla riorganizzazione dei percorsi, le priorità per ridurre mortalità e disuguaglianze secondo Marco Falcone, Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa

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"L’infettivologia sta cambiando rapidamente", ma il sistema sanitario non è ancora pienamente attrezzato per tradurre l’innovazione nella pratica clinica quotidiana. A sottolinearlo è Marco Falcone, Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa e Direttore della U.O. di Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, che, in un’intervista a Doctor33, mette in evidenza un gap organizzativo più che tecnologico. "Non siamo globalmente così pronti", spiega, pur riconoscendo l’alto livello del Servizio sanitario nazionale. Il nodo, infatti, è l’integrazione: "Per fare uno step in più servono infrastrutture, soprattutto informatiche, che mettano in rete le strutture e permettano di condividere informazioni fondamentali". Tra queste, la tracciabilità dei pazienti portatori di batteri resistenti, che "dovrebbe accompagnare il paziente in qualsiasi ospedale" per consentire scelte terapeutiche più rapide e mirate.

In questa direzione si muove il progetto Resistimit, una piattaforma nazionale che raccoglie dati in tempo reale sulle infezioni gravi. "L’obiettivo è avere informazioni disponibili nel momento esatto in cui il paziente arriva in ospedale", sottolinea Falcone, "così da aiutare i clinici a interpretare meglio le sindromi infettive e scegliere la terapia più appropriata". Sul fronte dell’antibiotico-resistenza, la disponibilità di nuovi farmaci rappresenta un passo avanti, ma non è sufficiente. "Gli antibiotici restano il caposaldo, sono quelli che fanno la differenza nei casi gravi", osserva, ma per ridurre davvero mortalità e impatto delle infezioni serve un approccio più ampio. "La prevenzione deve agire su tre livelli", chiarisce. Il primo è la stewardship prescrittiva: "I medici devono essere molto razionali, perché molte prescrizioni inutili avvengono in comunità, soprattutto per infezioni virali". Il secondo è la stewardship diagnostica, per "monitorare i batteri e avere elementi più precisi nella scelta della terapia". Il terzo è quello igienistico: "Dalla corretta igiene delle mani alla sanificazione degli ambienti e alla gestione dei percorsi ospedalieri, tutto contribuisce a evitare la trasmissione dei batteri". "Se applichiamo tutte queste strategie – aggiunge – il problema dell’antibiotico-resistenza può cominciare a declinare".

Più complesso il quadro della sepsi, una condizione "tempo-dipendente", in cui "più è tardivo il riconoscimento, più aumenta la mortalità". Nonostante le indicazioni delle linee guida internazionali, l’applicazione nella pratica resta disomogenea. "Abbiamo un sistema sanitario regionalizzato", osserva Falcone, "e questo significa che non tutti gli ospedali hanno le stesse dotazioni e competenze". Il risultato è una disparità concreta nelle possibilità di trattamento: "Una sindrome così grave non ha la stessa probabilità di successo se gestita in un ospedale più o meno dotato". Per superare queste criticità, la strada è quella delle reti cliniche. "Dobbiamo considerare la sepsi come l’infarto, una malattia tempo-dipendente", afferma, "e creare percorsi che portino rapidamente il paziente nel centro più adeguato". Un modello che, però, richiede scelte organizzative e investimenti. "Portare tutti gli ospedali allo stesso livello è difficilmente sostenibile", conclude, "ma è necessario costruire percorsi che garantiscano a tutti i cittadini, anche nelle aree più periferiche, l’accesso alle migliori cure. Al momento non è ancora così".

Anna Capasso

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