Il quadro epidemiologico globale dell'influenza aviaria tra il 29 novembre 2025 e il 27 febbraio 2026 riporta 10 nuovi casi umani accertati in Cambogia e Cina, riconducibili ai sottotipi A(H5N1), A(H9N2) e A(H10N3). Sebbene non siano stati registrati decessi in questo arco temporale, la storia clinica del virus H5N1 dal 2003 evidenzia un tasso di letalità del 48% su scala globale, rendendo il monitoraggio costante una priorità di sanità pubblica. In Europa, nonostante una circolazione virale senza precedenti che ha portato al rilevamento di 2.514 focolai animali in 32 Paesi, non è stato segnalato alcun contagio umano nell'area UE/SEE. Tuttavia, la preoccupazione degli esperti si è spostata verso il primo segnale di spillover nei bovini da latte europei, identificato tramite indagini sierologiche nei Paesi Bassi dopo il contagio di un gatto in una fattoria.
Sono questi i principali dati che emergono dall’ultimo rapporto pubblicato ECDC sull’influenza aviaria.
In Cambogia è stato segnalato un adulto contagiato tramite pollame domestico con febbre, tosse e dolori addominali, ricoverato e dimesso dopo completa guarigione. In Cina, otto casi di A(H9N2) hanno mostrato un andamento clinico nettamente differenziato per fascia d'età: i cinque bambini coinvolti (1-10 anni) hanno avuto un decorso lieve, mentre i tre adulti ultrasettantenni hanno presentato forme gravi, sebbene tutti siano guariti. Un ulteriore caso di A(H10N3) in un uomo di 34 anni della provincia di Guangdong, con sintomi insorti il 29 dicembre 2025, era stabile al momento della stesura del rapporto. Da ricordare che storicamente i casi cinesi di A(H10N3) dal 2021 hanno mostrato prevalentemente forme gravi o critiche.
In Europa la situazione negli animali non ha precedenti: sono stati identificati 2.514 focolai in 32 Paesi, con una circolazione virale di intensità mai registrata. Nessun contagio umano è stato segnalato nell'area UE/SEE, ma il primo segnale di spillover nei bovini da latte europei, emerso da indagini sierologiche nei Paesi Bassi dopo l'infezione di un gatto in una fattoria, ha spostato la soglia di allerta degli esperti verso una direzione finora inedita nel continente.
Dal punto di vista molecolare, il genotipo prevalente in Europa — denominato EA-2024-DI.2.1 — presenta una caratteristica che merita l'attenzione dei clinici e dei virologi: la proteina NS1 risulta troncata a 217 aminoacidi, 13 in meno rispetto alle varianti standard e di lunghezza molto simile alla NS1 dei virus dell'influenza umana A(H1N1) (219 aminoacidi). Se nell'anno epidemiologico precedente questa troncatura era presente solo nel 3,5% dei campioni, oggi è diventata la norma nel ceppo dominante.
Questa modifica strutturale non è irrilevante dal punto di vista patogenetico. Studi in vitro e in vivo indicano che la versione troncata di NS1 è più efficiente nell'inibire la produzione di interferone-β (IFN-β) e nel bloccare l'apoptosi cellulare, consentendo al virus di replicarsi con maggiore libertà e di diffondersi più velocemente tra le cellule, sia aviarie che umane. È bene precisare che il ruolo della lunghezza della NS1 sulla virulenza reale è ancora oggetto di dibattito scientifico e considerato altamente dipendente dal ceppo, e che i virus analizzati mantengono ancora una preferenza per i recettori di tipo aviario α2,3-SA.
L'analisi dell'emoagglutinina (HA) ha evidenziato sostituzioni aminoacidiche — S133A, S154N e T156A — associate a una maggiore affinità per i recettori α2,6-SA di tipo umano. Alcuni ceppi europei mostrano inoltre la capacità di aggirare BTN3A3, un fattore di restrizione immunitaria che normalmente inibisce la replicazione dei virus influenzali aviari nelle cellule umane. Ulteriore elemento di preoccupazione è la capacità dei virus del clade 2.3.4.4b di legarsi agli O-glicani di tipo mucinico, un meccanismo che potrebbe spiegare la loro eccezionale capacità di infettare un ampio spettro di specie ospiti.
Nonostante queste evoluzioni, la maggior parte dei virus A(H5N1) analizzati in Europa rimane sensibile ai principali farmaci antivirali autorizzati per l'uomo, inclusi l'oseltamivir e il baloxavir marboxil. Sul fronte preventivo, studi condotti in Finlandia e Nord America suggeriscono che i vaccini esistenti e l'esposizione pregressa a influenze stagionali potrebbero offrire un certo grado di immunità crociata, con la produzione di anticorpi capaci di neutralizzare i ceppi del clade 2.3.4.4b.
Il rischio per la popolazione generale europea resta classificato come basso. Tuttavia, l'ECDC raccomanda la vaccinazione antinfluenzale stagionale come misura prioritaria per tutti i lavoratori esposti a pollame o animali da allevamento. L'obiettivo non è solo la protezione individuale, ma la prevenzione di potenziali eventi di riassortimento genetico che potrebbero verificarsi qualora un soggetto risultasse infettato contemporaneamente da un ceppo umano e da uno aviario. Un'evenienza rara, ma con conseguenze potenzialmente imprevedibili.