“Mani aperte per curare, non per difendersi o schivare”. È questo il messaggio della campagna lanciata sui social dalla Federazione CIMO-FESMED in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari, che si celebra il 12 marzo. L’iniziativa è accompagnata da un video emozionale che richiama il valore del lavoro dei professionisti della sanità. “Le mani di un medico, di un infermiere, di un soccorritore sono mani che curano, mani che salvano. Ogni atto di violenza spezza questo legame e mette a rischio la salute di tutti. Ogni gesto è per te. Non fermare queste mani”, ricorda la voce narrante.
Il tema delle aggressioni al personale sanitario resta infatti al centro del dibattito pubblico. “Il messaggio che vogliamo lanciare è semplice – spiega Guido Quici, presidente CIMO-FESMED –. Le mani del personale sanitario servono per visitare, operare, assistere i pazienti, aiutarli nella riabilitazione, somministrare terapie, effettuare esami e analisi. Ogni volta che quelle mani sono costrette a difendersi da aggressioni, vengono sottratte alla loro missione: curare. E quando questo accade, la vittima non è solo il medico o l’infermiere colpito, ma anche tutti i pazienti che hanno bisogno del loro aiuto”. Secondo il sindacato dei medici, le aggressioni segnalate continuano ad aumentare. Un dato che potrebbe riflettere anche una maggiore propensione a denunciare, favorita dalle campagne di sensibilizzazione e dagli interventi normativi introdotti negli ultimi anni. Tuttavia, sottolinea Quici, sarà necessario tempo per valutare l’efficacia delle misure adottate.
Per la Federazione resta comunque fondamentale agire anche sul piano culturale e organizzativo. “Ciò che ancora manca – afferma Quici – è un vero cambiamento culturale e sociale capace di ricostruire l’alleanza tra medico e paziente”. Tra le priorità indicate dal sindacato c’è il miglioramento della comunicazione con pazienti e familiari e una diversa organizzazione del lavoro negli ospedali, per favorire un rapporto più diretto con i professionisti sanitari. “Serve una vera rivoluzione copernicana che rimetta il paziente al centro del Servizio sanitario nazionale – conclude Quici –: una persona che deve sentirsi accolta, accompagnata e seguita, non spinta da una struttura all’altra o lasciata sola nel momento del bisogno”.