L’esposizione all’altitudine è associata a un aumento dei disturbi respiratori del sonno e della frequenza delle apnee notturne, con prime alterazioni osservate già tra 1.200 e 1.400 metri. È quanto emerge da uno studio coordinato dall’Università “G. d’Annunzio”, pubblicato su Respiratory Physiology & Neurobiology e condotto nell’ambito della spedizione Lobuche Peak – Pyramid Exploration & Physiology 2022, secondo quanto riportato da Adnkronos Salute.
I ricercatori hanno monitorato la qualità del sonno dei partecipanti sia in Italia sia durante le fasi più impegnative dell’ascesa fino a circa 5.000 metri sull’Himalaya, documentando una riduzione della durata del riposo, spesso inferiore alle sette ore, associata a calo della saturazione di ossigeno e aumento della frequenza cardiaca. La maggior parte dei componenti della spedizione ha inoltre manifestato disturbi respiratori del sonno di grado moderato o grave in relazione all’altitudine raggiunta.
Secondo gli autori, i dati confermano l’impatto dell’ipossia ambientale sulla dinamica respiratoria notturna e sottolineano l’importanza del monitoraggio del respiro durante il sonno nelle persone esposte a permanenze in quota. Tutte le alterazioni osservate si sono tuttavia rivelate reversibili al rientro a valle, con recupero dei parametri respiratori e della qualità del sonno.