È in corso un’indagine della Procura di Ravenna su presunti certificati medici falsi rilasciati per evitare il trasferimento di migranti irregolari nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Al centro della vicenda ci sono sei dirigenti del reparto di Malattie infettive dell’ospedale cittadino, accusati di aver attestato l’inidoneità al trasferimento pur in assenza delle condizioni previste dalla normativa, come malattie infettive contagiose o disturbi psichiatrici. La vicenda si è sviluppata attorno all’attività di certificazione sanitaria richiesta prima dell’accompagnamento nei Cpr, strutture destinate al trattenimento amministrativo degli stranieri irregolari in vista del rimpatrio. Secondo gli inquirenti, le valutazioni di inidoneità avrebbero impedito tali trasferimenti; gli accertamenti sono in corso e non vi sono al momento richieste di rinvio a giudizio.
Sul piano istituzionale è intervenuto il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, esprimendo vicinanza al personale sanitario e richiamando la presunzione di innocenza. Ha ricordato lo shock vissuto dalla comunità medica locale e ha affermato che i professionisti coinvolti devono poter contare sulla fiducia della Regione "fino a che non venga provato il contrario". Allo stesso tempo ha evidenziato una criticità strutturale: la responsabilità attribuita ai medici nel valutare l’idoneità al trasferimento, spesso senza linee guida sanitarie nazionali chiare e condivise, scaricherebbe su professionisti e operatori questioni sanitarie, umanitarie e di sicurezza che la politica non avrebbe risolto a livello normativo. Il vicepremier Matteo Salvini ha commentato sui social definendo l’episodio "gravissimo" e ipotizzando sanzioni severe se le accuse fossero confermate. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, intervenendo pubblicamente, ha parlato più in generale di ostacoli ideologici alle politiche sui rimpatri e di criticità legate alla gestione dei Cpr.
Sul tema è intervenuto il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri Filippo Anelli che ha richiamato i principi deontologici sottolineando che il compito del medico è la tutela della salute e della dignità della persona, indipendentemente dalle condizioni sociali o giuridiche. Pur esprimendo fiducia nella magistratura, ha contestato le "sentenze sommarie" e la pressione mediatica, sostenendo che “utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore: è contrario al nostro ordinamento, è contrario alla nostra deontologia. Soprattutto, non è funzionale a garantire quel diritto fondamentale alla tutela della Salute che la nostra Carta Costituzionale pone in capo a ogni individuo, per il solo fatto di essere persona umana. Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici, che raccolgono la fiducia dell’86% degli italiani, affidiamo la cura delle persone”. Anche la comunità scientifica si è espressa. La sezione regionale della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali ha manifestato rammarico e preoccupazione, ribadendo fiducia nell’azione giudiziaria ma sollevando dubbi sulle modalità operative delle perquisizioni, ritenute impattanti sia sul piano psicologico per i medici sia su quello assistenziale per i pazienti, dato il temporaneo blocco dell’attività e della reperibilità specialistica. L’associazione ha chiesto inoltre di essere coinvolta nelle eventuali decisioni regionali, ricordando il ruolo degli infettivologi nelle valutazioni di idoneità.