Le formulazioni solide di vitamina D, affiancate alle soluzioni orali tradizionali nell’ambito di politiche di appropriatezza prescrittiva, possono generare risparmi per il Servizio sanitario nazionale superiori a 52 milioni di euro in tre anni. È quanto emerge da un’analisi di impatto sul budget presentata a Roma durante l’evento “Vitamina D: Strategie d’impatto sui budget regionali e potenziali risparmi”, organizzato con il contributo non condizionante di IBSA Italia.
La vitamina D è indicata come micronutriente essenziale per il benessere muscolo-scheletrico, per il corretto assorbimento di calcio e fosforo e per il supporto di diverse funzioni fisiologiche. Secondo quanto riportato nel corso dell’incontro, condizioni di carenza sono frequenti in popolazioni come anziani, donne in menopausa, donne in gravidanza o in allattamento, persone con obesità o con gravi limitazioni motorie, per le quali sono previsti controlli periodici dei livelli e, se necessario, interventi di supplementazione.
Sul piano delle formulazioni, la vitamina D è oggi disponibile in diverse forme farmaceutiche. Accanto alle soluzioni orali liquide, sono presenti capsule softgel e film orodispersibili, che si propongono come alternative e che, secondo quanto riferito da Orazio Falla, dirigente medico specializzato in Endocrinologia presso la ASL RM5, “si sono dimostrate bioequivalenti” e orientate a favorire l’aderenza del paziente.
L’analisi ha valutato l’impatto economico di una progressiva rimodulazione delle quote di mercato tra le diverse forme farmaceutiche, ipotizzando uno spostamento graduale dalle soluzioni orali tradizionali verso le formulazioni solide. In questo scenario, il risparmio complessivo stimato per il Servizio sanitario nazionale è pari a 52,2 milioni di euro in tre anni, attribuibile al minor costo di acquisizione delle formulazioni solide. Tra le regioni con maggiore volume prescrittivo, i risparmi stimati sono di 12,5 milioni di euro in Lombardia, 7,3 milioni in Campania e 5 milioni di euro nel Lazio. Per il paziente, il co-payment risulterebbe azzerato nella formulazione da 25.000 UI e ridotto di oltre il 74% nella formulazione da 50.000 UI.
Secondo Eugenio Di Brino, co-founder & partner di Altems Advisory, “non si tratta solo di risparmiare, ma di reinvestire meglio, dimostrando che l’innovazione terapeutica può essere sostenibile se guidata da scelte basate sull’evidenza”.
Il modello di riferimento nasce dall’esperienza della ASL Roma 2, che ha introdotto un sistema di controllo della spesa consentendo ai medici di orientare la prescrizione verso la formulazione con il costo-terapia più basso a parità di dosaggio. Gerardo Miceli Sopo, direttore della UOC Farmacia Ospedaliera OP – Continuità Ospedale-Territorio e Distribuzione Diretta della ASL Roma 2, ha evidenziato che nel 2024 la spesa annua per il colecalciferolo si è attestata sotto i 3,5 milioni di euro, in riduzione rispetto ai quasi 3,7 milioni del 2023.
Il modello potrebbe essere esteso ad altre regioni. Fausto Bartolini, direttore del Dipartimento Assistenza Farmaceutica della USL Umbria 2 e coordinatore della Cabina di regia regionale per il governo della spesa farmaceutica, ha sottolineato la possibilità di adottare strategie omogenee a livello nazionale, anche attraverso il coordinamento dell’Aifa, per garantire uniformità di accesso alla terapia. In un messaggio inviato all’evento, Ugo Trama, dirigente della Regione Campania e vicepresidente Sifo, ha definito l’esperienza un possibile modello per trasformare il risparmio in qualità di cura e risorse per l’innovazione sanitaria.