Una revisione pubblicata su Nutrients da un team di esperti italiani ridefinisce la disglicemia come condizione patologica autonoma e causale, distinta dal semplice stadio di transizione verso il diabete tipo 2. Il documento sintetizza le evidenze sul legame tra disglicemia e rischio cardiometabolico e analizza il razionale biologico a supporto di specifici fitocomplessi all'interno di un approccio personalizzato.
Le stime indicano 40% della popolazione adulta mondiale presenta alterazioni glicemiche non diagnosticate. Il dato clinicamente rilevante è che il rischio cardiovascolare, il danno d'organo e la mortalità iniziano ad aumentare già a valori di glicemia a digiuno compresi tra 100 e 110 mg/dL, ben prima della soglia diagnostica del diabete, e indipendentemente dalla successiva progressione verso di esso.
Rilevante, in tale contesto, l'analisi post hoc dei trial Diabetes Prevention Program Outcomes Study e DaQing Diabetes Prevention Outcomes Study: la remissione del prediabete, anche temporanea, si associa a una riduzione di circa il 50% del rischio di morte cardiovascolare o insufficienza cardiaca e a una riduzione della mortalità totale. Una glicemia a digiuno ≤97 mg/dL è indicata come soglia di rischio ridotto. Il raggiungimento della normoglicemia viene pertanto identificato come obiettivo terapeutico primario, in quanto segnale di miglioramento metabolico globale.
Accanto alla glicemia a digiuno, la revisione valorizza il Triglyceride–Glucose index (TyG index) come surrogato affidabile dell'insulino-resistenza, calcolato a partire da glicemia e trigliceridi a digiuno. Il TyG index è in grado di intercettare una disglicemia biologicamente attiva anche in presenza di glicemia solo lievemente aumentata, riflette meglio della sola glicemia il rischio cardiovascolare reale ed è associato a danno vascolare precoce, eventi cardiovascolari e mortalità. I valori di riferimento proposti sono: TyG <4,5 per un profilo metabolico generalmente favorevole; TyG ≥4,5–4,6 per un aumento significativo del rischio cardiometabolico. Basandosi su parametri biochimici di routine, lo strumento è ritenuto particolarmente utile per il medico di medicina generale ai fini di una stratificazione precoce del rischio e per superare l'inerzia clinica legata al concetto di prediabete.
I nutraceutici considerati nella revisione non agiscono esclusivamente sul controllo glicemico, ma modulano processi fisiopatologici chiave: infiammazione cronica di basso grado, stress ossidativo, disfunzione endoteliale, insulino-resistenza e disfunzione mitocondriale. A differenza dei farmaci tradizionali molti nutraceutici esercitano azioni multitarget e pleiotropiche, caratteristica che ne giustifica l'impiego nelle fasi iniziali del rischio cardiometabolico.
Tra i fitocomplessi vegetali 3 meritano di ricevere una trattazione più approfondita. Si tratta della mangiferina che sembra migliorare il profilo lipidico e la stabilità glicemico. In secondo luogo, abbiamo le procianidine e floridzina della mela che modulando l'assorbimento intestinale del glucosio e migliorando la risposta glicemica postprandiale e poi i fitocomplessi derivati dal melone amaro che inibiscono l'assorbimento dei carboidrati, aumentando l'espressione del trasportatore GLUT4 e la secrezione di incretine con effetti sul controllo glicemico postprandiale e sul senso di sazietà.
La combinazione dei tre fitocomplessi è ritenuta in grado di ridurre i picchi glicemici postprandiali, migliorare la risposta insulinica complessiva e agire sinergicamente su infiammazione, metabolismo energetico e funzione endoteliale.
Vitamina D, cromo e flavonoidi sono inclusi nell'analisi con livelli di evidenza differenziati. La vitamina D migliora la funzione insulinica e, nei soggetti carenti, la supplementazione riduce modestamente il rischio di diabete favorendo il ritorno alla normoglicemia. Il cromo supporta l'omeostasi glicemica ed è riconosciuto dall'EFSA per il contributo al normale metabolismo dei macronutrienti.
Gli autori concludono che la disglicemia dovrebbe essere trattata come uno stadio iniziale di malattia cardiometabolica, non come un fattore di rischio accessorio. Ne discende la necessità di un approccio precoce e continuativo fondato su monitoraggio costante, correzione delle carenze nutrizionali e integrazione mirata. I nutraceutici, in questo schema, non sostituiscono le terapie farmacologiche né le modifiche dello stile di vita, ma si inseriscono come strumento di supporto nei soggetti a rischio che non richiedono ancora trattamento farmacologico, con un razionale biologico che va oltre il semplice controllo glicemico. Un intervento precoce su questi meccanismi è ritenuto in grado di ridurre il rischio di eventi cardiovascolari e di danno d'organo indipendentemente dall'eventuale progressione verso il diabete, con benefici attesi sia sull'aspettativa sia sulla qualità di vita.