Una terapia composta da batteri coltivati in laboratorio ha mostrato risultati preliminari paragonabili a quelli del trapianto di microbiota fecale nel prevenire le recidive di diarrea da Clostridioides difficile. I dati provengono da uno studio pilota pubblicato su Nature Medicine e potrebbero aprire la strada a trattamenti più standardizzati per una delle infezioni intestinali più frequentemente associate all’uso di antibiotici.
L’infezione da C. difficile si sviluppa spesso dopo trattamenti antibiotici che alterano l’equilibrio del microbiota intestinale, favorendo la proliferazione del batterio. Nei pazienti con recidive multiple, una delle opzioni terapeutiche oggi disponibili è il trapianto di microbiota fecale, che utilizza materiale biologico ottenuto da donatori sani per ripristinare la composizione della flora intestinale.
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno valutato una miscela costituita da 15 ceppi batterici selezionati da donatori sani e successivamente coltivati e riprodotti in laboratorio. L’obiettivo era verificare se un prodotto microbiologico definito e standardizzato potesse offrire risultati simili a quelli ottenuti con il microbiota derivato dalle feci.
A otto settimane dal trattamento, la recidiva dell’infezione è stata prevenuta in sette dei nove pazienti che hanno ricevuto la preparazione batterica coltivata in laboratorio e in otto dei nove pazienti trattati con microbiota fecale convenzionale. Gli autori riferiscono inoltre che non sono stati osservati eventi avversi correlati al trattamento.
Secondo Ari Grinspan della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York, coordinatore dello studio, l’obiettivo è sviluppare terapie microbiologiche più precise e riproducibili rispetto ai prodotti ottenuti direttamente da campioni fecali. La possibilità di definire con precisione i ceppi batterici utilizzati potrebbe infatti facilitare il controllo di qualità, migliorare la standardizzazione del processo produttivo e consentire una produzione su scala più ampia.
Gli autori sottolineano tuttavia che i risultati derivano da uno studio di dimensioni limitate e richiedono conferme in sperimentazioni più ampie prima di poter modificare la pratica clinica. Se confermati, questi dati potrebbero rappresentare un passo verso una nuova generazione di terapie basate sul microbiota per il trattamento delle infezioni ricorrenti da Clostridioides difficile.