L’influenza aviaria continua a diffondersi nell’Unione europea, con un’accelerazione preoccupante nelle ultime settimane. In meno di un mese, alla Commissione europea sono stati notificati 60 nuovi focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità (Hpai), un dato che conferma come il virus circoli più rapidamente durante il periodo invernale. La situazione viene monitorata con attenzione anche per il potenziale rischio per la salute umana. Secondo la Commissione, l’aviaria rappresenta una minaccia seria non solo sanitaria ma anche economica, con “gravi conseguenze” per la redditività degli allevamenti avicoli e ripercussioni sugli scambi interni all’Ue e sulle esportazioni verso i Paesi terzi.
Un ruolo chiave nella diffusione è svolto dagli uccelli migratori, che possono trasportare il virus su lunghe distanze durante le migrazioni autunnali e primaverili, favorendo l’introduzione dell’infezione negli allevamenti di pollame e nei siti che ospitano volatili in cattività. Dalla fine di dicembre 2025, data di adozione dell’ultima decisione di esecuzione europea, 13 Paesi hanno segnalato nuovi focolai: Belgio, Bulgaria, Cechia, Danimarca, Germania, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svezia. Le notifiche riguardano decine di stabilimenti avicoli distribuiti in gran parte del continente, con una concentrazione significativa in Germania, Polonia, Francia e Italia. Nel nostro Paese i focolai hanno interessato diverse regioni, tra cui Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto, confermando una pressione particolarmente elevata nelle aree a maggiore densità di allevamenti. In seguito alla comparsa dei nuovi casi, tutti gli Stati coinvolti hanno adottato le misure di controllo previste dalla normativa europea, istituendo zone di protezione e di sorveglianza attorno ai focolai e rafforzando i protocolli di biosicurezza. Bruxelles ribadisce che il contenimento rapido è essenziale per evitare la diffusione ad altre aziende e limitare l’impatto complessivo dell’epidemia.
A mettere in guardia sui rischi a medio-lungo termine è l’epidemiologo Massimo Ciccozzi. “L’aviaria è un’influenza che conosciamo da circa cento anni: l’uomo si infetta direttamente dall’animale che ha il virus. Ad oggi non è stato dimostrato il contagio interumano, che è il vero spauracchio perché il tasso di letalità è intorno al 35-40%”, spiega. Il nodo centrale, sottolinea l’esperto, è la capacità del virus di mutare: “Più fa passaggi da un animale all’altro, più la situazione si complica e aumenta il rischio. Le mutazioni sono casuali e non sappiamo se possa verificarsi quella che consente lo spillover all’uomo e quindi il contagio interumano”. Secondo Ciccozzi, un fattore che favorisce la circolazione del virus è rappresentato dagli allevamenti intensivi, che oggi “hanno una complicità nella diffusione dei focolai in Italia e in Europa”. Da qui l’appello a rafforzare la sorveglianza veterinaria continua e a ridurre le condizioni che facilitano la trasmissione e le mutazioni virali. Per quanto riguarda l’Italia, l’epidemiologo ricorda che i focolai di Hpai, principalmente legati al ceppo H5N1, hanno colpito soprattutto le regioni del Nord a partire da settembre 2025, interessando allevamenti di tacchini e galline ovaiole. Le autorità sanitarie hanno attivato misure di contenimento immediate e zone di protezione e sorveglianza, mentre il ministero della Salute e gli Istituti zooprofilattici ribadiscono che, grazie ai controlli, carni e uova restano sicure per il consumo umano.