Il linguaggio non è un elemento neutro nella sanità, ma uno strumento essenziale per descrivere bisogni clinici, disuguaglianze di salute e determinanti sociali. Lo sottolinea un commento pubblicato su JAMA, che mette in guardia dalle conseguenze dei divieti linguistici introdotti in alcune agenzie federali degli Stati Uniti.
L’articolo prende le mosse da quanto emerso all’inizio del 2025. Secondo un’inchiesta di Reuters, all’interno della Food and Drug Administration sarebbe circolata una lista di “parole proibite” da evitare nelle comunicazioni esterne, tra cui termini come women, disabled ed elderly. Poche settimane dopo, il New York Times ha pubblicato un elenco di oltre duecento parole che le agenzie federali sarebbero state invitate a non utilizzare, comprendendo riferimenti a disabilità, salute mentale, disparità di salute, genere, gravidanza, minoranze, vulnerabilità e condizioni socioeconomiche.
Le autorità federali hanno spiegato che l’obiettivo delle indicazioni linguistiche era adeguare la comunicazione alle direttive presidenziali in materia di diversity, equity and inclusion e politiche sul genere. Secondo gli autori del commento su JAMA, tuttavia, l’effetto concreto è stato quello di creare confusione e incertezza nella comunità scientifica, accademica e sanitaria, con ricadute su più livelli del sistema.
Agrawal e Norris evidenziano che eliminare o scoraggiare l’uso di parole non elimina i problemi che quelle parole descrivono. Al contrario, può rendere più difficile identificare, misurare e affrontare bisogni di salute specifici, in particolare per popolazioni con fragilità cliniche o sociali. Il linguaggio, sottolineano, è parte integrante della pratica medica, della ricerca e della programmazione sanitaria, e non un elemento accessorio o ideologico.
Secondo il commento, le restrizioni linguistiche possono incidere sulla raccolta e interpretazione dei dati, sulla chiarezza delle linee guida cliniche e sulla capacità delle istituzioni di affrontare le disuguaglianze di salute. Termini come disabilità, salute mentale o vulnerabilità rappresentano categorie operative per la sanità pubblica e la clinica, e la loro rimozione rischia di ridurre la precisione della comunicazione e degli interventi.
L’articolo non presenta dati quantitativi sugli effetti clinici diretti, ma propone una riflessione sul rapporto tra linguaggio, politica e sanità. La conclusione è che una comunicazione sanitaria efficace richiede un uso chiaro e accurato delle parole, perché limitare il linguaggio può tradursi in una minore capacità del sistema di rispondere ai bisogni reali dei pazienti.