Le evidenze disponibili non supportano l’uso di cannabis e cannabinoidi per la maggior parte delle indicazioni mediche per cui vengono comunemente promossi. È la conclusione di una review pubblicata su JAMA, che richiama i clinici a valutare con attenzione benefici e rischi prima di considerare questi prodotti nella pratica.
Secondo l’analisi, le indicazioni per cui esistono approvazioni regolatorie negli Stati Uniti riguardano ambiti circoscritti: l’anoressia associata a HIV/AIDS, la nausea e il vomito indotti da chemioterapia e alcune forme di epilessia pediatrica. Una meta-analisi di trial randomizzati mostra infatti una riduzione piccola ma significativa di nausea e vomito con cannabinoidi prescritti rispetto a placebo o comparatori attivi, mentre nei pazienti con HIV/AIDS è documentato un effetto moderato sull’aumento di peso.
Al di fuori di queste condizioni, le prove di efficacia risultano deboli o assenti. In particolare, la review segnala che gli studi randomizzati non supportano l’uso di cannabis o cannabinoidi per indicazioni frequentemente riportate nella pratica, come il dolore acuto o l’insonnia. Le linee guida basate sulle evidenze, inoltre, non raccomandano l’impiego di cannabis inalata o di prodotti ad alta potenza di tetraidrocannabinolo.
Ampio spazio è dedicato ai profili di rischio. L’uso di cannabis ad alta potenza è associato a una maggiore incidenza di sintomi psicotici e disturbi d’ansia rispetto ai prodotti a bassa potenza. Una meta-analisi di studi osservazionali indica inoltre che circa il 29% delle persone che utilizzano cannabis a fini terapeutici soddisfa i criteri per un disturbo da uso di cannabis. Nei consumatori quotidiani per via inalatoria, rispetto a un uso non quotidiano, è riportato un aumento del rischio di cardiopatia coronarica, infarto e ictus.
Gli autori sottolineano che, prima di considerare cannabis o cannabinoidi a scopo terapeutico, i clinici dovrebbero verificare il quadro regolatorio applicabile, valutare le possibili interazioni farmacologiche e le controindicazioni, come gravidanza, disturbi psicotici o cardiopatia ischemica. Nei pazienti che già utilizzano questi prodotti, viene raccomandato un approccio di riduzione del danno, che includa l’uso della dose minima efficace, l’evitare l’associazione con alcol o altri depressori del sistema nervoso centrale e la rinuncia all’uso durante la guida o l’impiego di macchinari.
La review conclude che, in un contesto di crescente diffusione dell’uso di cannabis e CBD a fini terapeutici, è essenziale un ruolo attivo del medico nel fornire indicazioni basate sulle evidenze, bilanciando in modo trasparente benefici attesi e rischi potenziali.
Fonte
Therapeutic Use of Cannabis and Cannabinoids. A Review, JAMA