Farmaci
Asco
16/06/2025

Asco 2025, nuove strategie terapeutiche nei tumori solidi ed ematologici

Al Congresso ASCO 2025 sono stati evidenziati progressi nell’oncologia di precisione e nuove prospettive terapeutiche

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Al Congresso ASCO 2025, che si è svolto a Chicago, sono stati presentati nuovi dati sul trattamento di diverse neoplasie solide ed ematologiche, evidenziando progressi nell’oncologia di precisione e nuove prospettive terapeutiche. Tra i temi principali, gli aggiornamenti sul carcinoma prostatico metastatico, il melanoma avanzato e la leucemia linfatica cronica.

Nel trattamento del carcinoma prostatico metastatico sensibile alla castrazione, l’analisi post-hoc dello studio di Fase III ARANOTE ha dimostrato che darolutamide (farmaco antiandrogeno non steroideo), in associazione con terapia ormonale, ritarda la progressione del dolore e migliora il benessere globale misurato con il punteggio complessivo FACT-P (Functional Assessment of Cancer Therapy-Prostate). «I risultati dello studio ARANOTE evidenziano chiaramente un ulteriore ruolo positivo di darolutamide» sottolinea Orazio Caffo, Direttore Oncologia, Ospedale Santa Chiara di Trento. «Oltre ad estendere la sopravvivenza libera da progressione determina ritardi clinicamente significativi nel deterioramento della qualità della vita, rispetto alla sola terapia ormonale. Il tumore della prostata può, infatti, determinare ripercussioni importanti sulla quotidianità», ha specificato.

Per il carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione con metastasi ossee, nuovi dati sul radio-223 dicloruro (radiofarmaco alfa-emittente) confermano il suo beneficio clinico. Lo studio PEACE III ha dimostrato che la combinazione di radio-223 con enzalutamide (farmaco antiandrogeno non steroideo) migliora la risposta biologica e la sopravvivenza libera da progressione radiologica. «La nuova analisi dello studio PEACE III fornisce ulteriori informazioni utili sui benefici della combinazione terapeutica che ha dimostrato miglioramenti nella risposta sia del PSA (antigene prostatico specifico) che dell’ALP (fosfatasi alcalina), oltre ai miglioramenti nella sopravvivenza già noti. Si sta quindi affacciando nella nostra pratica clinica un’ulteriore possibile opzione di cura per quei pazienti colpiti da tumore prostatico metastatico resistente alla castrazione, inclusi quei pazienti che necessitano di una più decisa risposta clinica, che talvolta la sola terapia ormonale non è in grado di dare» dichiara Ugo De Giorgi, Direttore Oncologia Universitaria, Ospedale Vito Fazzi di Lecce. Infine, lo studio COMRADE ha valutato la combinazione di olaparib (inibitore di PARP) con radio-223 dicloruro, evidenziando un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da progressione radiologica rispetto al solo radiofarmaco (HR 0,51) e una riduzione degli eventi avversi correlati al trattamento.

Nel melanoma metastatico, la selezione delle terapie non si basa solo sulle caratteristiche del tumore, ma anche sul microambiente e sul sistema immunitario, con l’obiettivo di evitare trattamenti inefficaci e ridurre gli effetti collaterali. È quanto emerge da due studi condotti nell’ambito dello studio clinico SECOMBIT, condotto da Paolo Ascierto, presidente della Fondazione Melanoma e direttore Oncologia Melanoma all’Istituto Pascale di Napoli, con l’obiettivo di valutare l’efficacia di diverse sequenze terapeutiche nei pazienti con melanoma metastatico BRAF mutato. Il primo studio si è focalizzato sulla biologia spaziale, attraverso l’analisi di biopsie pretrattamento per identificare specifiche interazioni tra cellule tumorali e immunitarie che influenzano la risposta ai farmaci. In particolare, una maggiore interazione tra cellule tumorali e determinate popolazioni immunitarie si associa a un miglior esito terapeutico. «Il nostro lavoro sottolinea l’importanza della biologia spaziale nella personalizzazione dei trattamenti», sottolinea Ascierto. Un secondo studio ha analizzato la timidina chinasi 1 (TK1), biomarcatore legato alla proliferazione cellulare. La sopravvivenza a 5 anni è risultata significativamente più alta nei pazienti con livelli bassi di TK1. Tuttavia, il protocollo terapeutico “sandwich”, che combina inibitori BRAF (farmaci mirati utilizzati per trattare tumori con mutazioni del gene BRAF) e immunoterapia, ha dimostrato efficacia indipendentemente dai livelli di TK1, suggerendo la possibilità di superare alcune limitazioni biologiche del melanoma. «Siamo entrati nell’era dell’immunoncologia di precisione» afferma Ascierto.

Nella leucemia linfatica cronica, lo studio di Fase III SEQUOIA ha mostrato benefici costanti, anche in pazienti con mutazioni ad alto rischio. Nel Braccio D (valutazione di zanubrutinib + venetoclax in 114 pazienti naïve al trattamento con leucemia linfatica cronica o linfoma linfocitario a piccole cellule, inclusi quelli con alterazioni del cromosoma 17p/TP53 ad alto rischio) ha ottenuto una sopravvivenza libera da progressione del 92% a 24 mesi e un tasso di risposta globale del 97%, con efficacia confermata anche nei pazienti con del(17p) e TP53, con quasi l’88% dei pazienti con del(17p) e TP53 rimasto libero da progressione a 36 mesi. Nel Braccio C (valutazione di zanubrutinib in monoterapia nei pazienti naïve al trattamento con leucemia linfatica cronica o linfoma linfocitario a piccole cellule con delezione del cromosoma 17p, nella più grande coorte prospettica di questa popolazione), zanubrutinib in monoterapia ha confermato una sopravvivenza libera da progressione del 73% a 60 mesi e una sopravvivenza globale dell’87%, consolidando il suo profilo differenziato. «La combinazione di zanubrutinib e venetoclax ha ottenuto risposte profonde e durature in tutti i gruppi di rischio, inclusi i pazienti con mutazioni di TP53, con un profilo di sicurezza generalmente gestibile. In particolare, numerosi pazienti hanno potuto interrompere il trattamento e mantenere la remissione, evidenziando le potenzialità di una terapia a tempo limitato con un controllo significativo della malattia» afferma Mazyar Shadman, Direttore medico di Immunoterapia Cellulare e della Bezos Family Immunotherapy Clinic presso il Fred Hutchinson Cancer Center di Seattle. «È essenziale generare dati per determinare le future strategie di trattamento della leucemia linfatica cronica che consentano sia la terapia continuativa che la sospensione programmata del trattamento, in particolare per i pazienti ad alto rischio, che hanno maggiori probabilità di soccombere a questa malattia».

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