Qual è lo stato dell'arte delle Case di comunità (Cdc) in Lombardia? Al momento sono operative 132 sulle 195 previste entro il 2026 dal piano operativo regionale. La situazione è in miglioramento e una delle sfide resta coinvolgere i medici di medicina generale. A fare il punto è un'analisi del Dipartimento di politiche per la salute dell'Irccs Mario Negri, i cui risultati sono statti presentati in incontri con oltre cento dirigenti delle Asst lombarde e con la direzione generale Welfare della Regione. I dati raccolti utilizzando la documentazione fornita dalle 23 Asst che hanno partecipato al progetto, concluso a luglio (non hanno aderito Asst Valle Olona, Rhodense e Pavia, che servono un territorio di oltre 1,4 mln di abitanti, e dove è prevista entro il 2026 la realizzazione di 31 Cdc), hanno fotografato la situazione di 105 Cdc, di cui 91 classificate come Hub (struttura centrale dotata di servizi più complessi e specializzati) e 14 come Spoke (strutture periferiche o secondarie per servizi sanitari di base e di primo livello).
Si è evidenziato, spiega una nota dell'Irccs, un quadro eterogeneo in termini di organizzazione, qualità dei servizi e risorse umane. Alcune strutture mostrano una discreta capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini, mentre altre si trovano ancora in una fase iniziale. Tra le sfide in essere, già rilevate nella prima fase conclusa nel settembre 2023, si evidenziano appunto la difficoltà di coinvolgere i medici di medicina generale - situazione comune anche in altre regioni - la necessità di superare il vecchio modello dei poliambulatori, il nodo dell'integrazione tra i diversi servizi e operatori e una modesta partecipazione dei Comuni.
Tuttavia, si evidenzia nell'analisi, "la situazione attuale è migliorata rispetto alla prima rilevazione. Sebbene nessuna delle Cdc risponda pienamente ai requisiti previsti dagli standard regionali e nazionali, molte ne soddisfano almeno la maggior parte, tra cui l'attivazione del Punto unico di accesso, la presenza di nuove figure professionali come gli infermieri di comunità, la disponibilità del servizio di continuità assistenziale, dell'assistenza domiciliare e degli ambulatori specialistici". Le differenze riscontrate tra le Cdc possono essere attribuite a diversi fattori, tra cui: le peculiarità territoriali, la realizzazione delle strutture a partire da servizi già esistenti e diversi nei territori per risorse e organizzazione, i tempi stretti per un'adeguata programmazione a livello locale, la coesistenza di visioni diverse sull'applicazione delle linee guida previste a livello nazionale e regionale. Inoltre, analizzano gli autori, il progetto è stato avviato in un momento di difficoltà per il Ssn, caratterizzato da una rilevante riduzione del personale, soprattutto a livello territoriale.
Durante gli incontri con i dirigenti degli enti gestori è stata condivisa la necessità di passare dalla descrizione delle strutture all'analisi dei modelli organizzativi, dei servizi erogati e del loro impatto sulla salute dei cittadini. L'indagine ha anche favorito un dialogo tra enti gestori, operatori e cittadini, continuano gli esperti, con l'obiettivo di rendere le comunità parte attiva nella riforma dei servizi socio-sanitari. In questo contesto, si è sottolineata l'importanza di un maggiore coinvolgimento dei Comuni, delle associazioni di cittadinanza attiva e del terzo settore nell'organizzazione e nel monitoraggio delle Cdc.
In vista delle prossime fasi, sono in corso iniziative di confronto con la Regione Lombardia e alcuni enti gestori per condividere i dati raccolti e pianificare progetti specifici.