L’illusione dei medici di famiglia sul decreto-legge contro le liste d’attesa è durata poco. Certo, nella bozza non ci sono misure repressive per chi “iper-prescrive” diagnostica e visite specialistiche a carico del Servizio sanitario. Ma il testo, all’articolo 2 comma 1, prevede su prime visite ed esami che il medico oltre ad inserire l'”appropriata” classe di priorità specifichi la classificazione ICD-9-CM corrispondente al suo sospetto diagnostico. Tra le altre misure di cui tener conto: il testo modifica il tempo di esecuzione dell’esame programmabile, che va effettuato entro 120 giorni dalla prenotazione e non più 180. Restano immutati i tempi della visita Urgente (entro 72 ore dalla richiesta di prestazione), Breve (entro 10 giorni dalla prenotazione), e Differita (entro 30 giorni dalla richiesta di prestazione per le visite o 60 giorni dalla prenotazione per gli accertamenti diagnostici). Le regioni promuovono disposizioni utili a far sì che gli specialisti prescrivano direttamente ulteriori accertamenti ove necessari. Ospedali e privato accreditato dovranno erogare almeno il 90 % delle prestazioni entro i tempi massimi previsti da ogni classe di priorità. Perché si incontrino domanda ed offerta, direttori generali di Asl e ospedali elaboreranno ogni anno un documento dove si prevede la domanda di prestazioni ambulatoriali proveniente dai propri assistiti e la corrispondente offerta aziendale. Infine, Asl, ospedali e privati accreditati garantiranno l'uso degli strumenti di telemedicina tra ospedale e territorio, in particolare il teleconsulto. Il nodo è sempre lo stesso fatto presente dai sindacati: in medicina generale non sempre si può associare il codice ICD9 a tutte le richieste. Il problema non è invece burocratico-informatico. La questione la spiega a Doctor33 Luigi Galvano membro della Giunta Esecutiva della Società Italiana di Medicina Generale, alla vigilia della convention sull’evoluzione della medicina generale in programma al Ministero della Salute. «Dal 1990-91 la nostra società scientifica elabora dati clinici sulle patologie degli assistiti della medicina generale. Siamo circa 1000 medici ricercatori i cui bacini d’utenza ripropongono per età, sesso, epidemiologia la fotografia esatta della popolazione italiana, dal mare alla montagna, dalle metropoli ai villaggi sparsi. E da oltre 30 anni codifichiamo le patologie con il codice ICD9-CM senza problemi, in quanto ricercatori formati ad hoc, offrendo a categoria ed istituzioni indicazioni importanti sui flussi prescrittivi attraverso un Report annuale».
«Quando segnalo il codice di un paziente iperteso, tutte le prestazioni prescritte, farmaci ed esami, se attinenti alla sua problematica, sono catalogate di conseguenza. Tuttavia – avverte Galvano– i pazienti generalmente non arrivano dal medico di famiglia con patologie già codificate per le quali il codice ICD9 si può inserire tranquillamente. In quasi un caso su due, l’utenza che propone un problema clinico in studio lo fa a partire da un sintomo generico, a volte singolare, tipo “i piedi mi bruciano”. Per trovare la patologia sottostante e trasformare il quesito del paziente in ICD9 bisogna prescrivere eventuali esami diagnostici andando per “proxy”. È un problema presente anche nei pronto soccorso dove spesso le diagnosi di dimissione sono molto diverse da quelle all’accettazione: un punto che richiederebbe una formazione specifica di risk management fatta sull’errore riscontrato, che tra parentesi è tra le più efficaci».
È vero che i codici 780-796 comprendono la possibilità di indicare sia manifestazioni morbose poco definite sia sintomi che possono riguardare con uguale probabilità due o più malattie o apparati? «In realtà si tratta di codici da utilizzare in casi specifici che sì coincidono con prescrizioni redatte per “proxy”, ma non coprono l’intera fenomenologia che ci si presenta nella pratica di ogni giorno. Ci sono anche programmi di gestione clinica che trasformano i quesiti posti per approssimazione in ICD9 ma ripeto non rispecchiano tutte le problematiche che affrontiamo giorno per giorno. Lo spiegheremo al Ministro dettagliando la nostra posizione di società scientifica della medicina generale su questo tema in un incontro in programma domani a Roma (oggi ndr)».
C’è il rischio che a partire dall’uso dei codici, sbandierando scostamenti prescrittivi sulla specialistica, si apra una caccia ai medici che “iperprescrivono”? «Il decreto-legge non parla di misure “repressive” ma il tema è estremamente delicato. L’impressione è che il decreto vada implementato da ulteriori provvedimenti e che molta della regolamentazione a valle sarà decisa a livello regionale. Le misure verso i medici, dunque, sarebbero affidate a Regioni ed Asl, e potrebbero differire da una parte all’altra d’Italia. A rigore si rischia di creare due ordini di problemi. Da una parte le eventuali penalità per le impegnative fatte e dall’altra i rischi di difformità da un’area geografica all’altra realtà. Alla medicina generale spetta porre per tempo eventuali problemi di “messa a terra”».