Professione medica
Farmaci
09/05/2023

Fondo sanitario, mancano risorse. A rischio la riforma del territorio

Rifinanziare il servizio sanitario pubblico o chiedere aiuto al privato? Sul dilemma che investe la sanità oggi il parlamento appare diviso molto più di quanto non lo fosse al termine della precedente legislatura. Il governo Meloni non vorrebbe superare percentuali di spesa del 6,2-6,3% sul prodotto interno lordo per finanziare il SSN ma c'è il rischio che per garantire la salute si debba ricorrere per l'offerta al privato convenzionato e per evitare attese ai cittadini alle assicurazioni. Dei percorsi evolutivi del Ssn si è parlato all'incontro "L'economia della sanità, l'economia per la salute" organizzato da Health and Science Bridge al Centro Studi Americani con Edra. Ad introdurre, Nino Cartabellotta presidente Fondazione Gimbe, che spiega come dopo il Covid, tra recupero delle liste d'attesa e ritorno di fiamma delle malattie non trattate in pandemia, il SSN offra oggi meno di 3 anni fa, con marcate differenze tra Nord e Sud. Gli 11 miliardi erogati dai governi Conte e Draghi in emergenza sono andati tutti alla gestione della pandemia e 4 miliardi sborsati tra 2022 e 2023 andranno a coprire le spese energetiche e non l'inflazione. Il presidente Fnomceo Filippo Anelli si sofferma su un punto della relazione del presidente Gimbe: quest'anno il fondo sanitario è 128 miliardi a fronte di una spesa che sarà sui 136 miliardi. Si può ripianare all'infinito? «Come medici non facciamo distinzioni di ceto e di risorse di fronte alla salute-dice Anelli- ma di fronte a numeri così complessi è la società che deve decidere se vogliamo mantenere il SSN com'è o cambiare sistema».

Beatrice Lorenzin presidente del Centro Studi Americani chiede si trovi un accordo tra i partecipanti al consesso almeno sull'entità del finanziamento per il Fondo sanitario. Massimiliano Fedriga presidente della conferenza delle regioni è dell'idea di «abbattere il muro ideologico che vede il privato convenzionato antagonista delle strutture pubbliche, le prestazioni del convenzionato sono pubbliche, universalistiche, gratuite ed il supporto del privato nel mitigare le liste d'attesa può giovare al Servizio sanitario». Per le regioni, peraltro, malgrado il Fondo sanitario nazionale sia stato finanziato con 2,15 miliardi in più per il 2023 e 2,5 miliardi in più per il '24, resta per quest'anno «un'ulteriore necessità di risorse da circa 1,5 miliardi in più sulla spesa corrente». E se per l'ex ministro Lorenzin il fabbisogno reale si avvicinava ai 5 miliardi tra necessità di rivedere un pay-back da 3,8 miliardi (2 per i dispositivi medici, 1,8 per i farmaci) e le risorse occorrenti per garantire i nuovi livelli essenziali di assistenza approvati con i nomenclatori di specialistica e protesica, per Cartabellotta serve anche di più.

Per Americo Cicchetti Direttore centro studi Altems dell'Università Cattolica Roma basterebbero 3 miliardi ben spesi: la sanità italiana non sta male, «l'inflazione non è irreversibile ma è tenuta alta dalle complesse catene di fornitura di beni e servizi, il problema non è l'entità dell'investimento, ma il fatto che per investire ci sono tre condizioni irrinunciabili: serve formare professionisti non solo sanitari ma anche amministrativi per affrontare la complessità burocratica della sanità; serve un'agenzia di technology assessment per dispositivi medici che trasferisca su ciò che non è farmaco il lavoro svolto dall'Aifa dal 2004; e servono competenze gestionali su ospedale e territorio per formare quei team di professionisti che sono alla base di quella qualità percepita di cui poco si tiene conto in Italia perché si stenta a mettersi dalla parte del paziente, di chi fa domanda di salute». sul terzo punto, la customer satisfaction, è in sintonia Anna Lisa Mandorino di Cittadinanzattiva. «Le istituzioni non si mettono dalla parte dei cittadini. Due esempi: la riforma sulla non autosufficienza approvata da questo governo senza fare riferimento alle risorse per attuarla, e la riforma della medicina territoriale che oggi è tardi per frenare: deve passare per le case di comunità, perché nel DM 77 e nel PNRR si parla di favorire l'accesso alle cure». Certo, per realizzare quella riforma serve personale e serve quindi allentare i tetti del 2004 alle assunzioni, di medici e soprattutto di infermieri. Barbara Mangiacavalli presidente Fnopi ricorda che «entro 8-10 anni lasceranno il servizio circa 100mila infermieri. Oggi non abbiamo la possibilità concreta di immettere un numero così alto. Ogni anno si laureano 10-12 mila e bastano appena a coprire il turnover. Tra l'altro, durante il corso un 25% degli iscritti al corso di laurea si perde e un 25 va fuori corso, con questi numeri non si riesce a far partire la rete territoriale». Teresa Calandra presidente delle professioni tecniche della sanità FNO-Trsm ricorda che la spesa per il personale non è solo assunzioni ma anche revisione di percorsi organizzativi e tariffe, e ricorda un'indagine con l'Università la Sapienza su 14 mila iscritti agli albi delle professioni della riabilitazione, che fa luce su terapie domiciliari convenzionate poco pagate, in media 20 euro lordi, che non coprono nemmeno i costi di viaggi e trasporto.
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