Europa e Mondo
19/06/2022

PNRR, si lavora ma i cantieri sono a rischio. Focus sulla medicina territoriale

Cantieri di case e ospedali di comunità messi in forse dall'aumento dei prezzi delle materie prime e niente fondi per dotare le nuove strutture territoriali di personale adeguato: il Piano Nazionale di Ripresa e resilienza corre due rischi. Se n'è parlato nel web meeting del Partito democratico, moderato dall'ex sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa. Il ministro Roberto Speranza è rassicurante. Si sbilancia sul Piano operativo nazionale per il Mezzogiorno (i 625 milioni finanzieranno screening oncologici, salute mentale, medicina di genere e consultori) e sul miliardo stanziato dal 2025 per il personale del territorio (sarà aggiuntivo rispetto al tetto di spesa). Inoltre conferma che per lui anche lo studio del medico di famiglia e non solo la casa della salute va connesso con il resto del servizio sanitario. Ma il Pd si interroga su ulteriori proposte da fare dopo quelle, accettate alle camere, volte a valorizzare il personale sanitario: rifinanziare il Fondo sanitario nazionale, offrire più borse a specializzandi e futuri medici di famiglia, tutelare la sicurezza degli operatori sanitari. Zampa evoca "un patto con professionisti medici, sanitari e sociosanitari, psicologi per valorizzare le specificità, sia con aumenti del compenso sia con altre misure". Ma non bastano incentivi economici per riportare i medici su un territorio che si spopola tra pensionamenti e dimissioni. Lo conferma Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione degli infermieri, che ripropone l'incolmabile gap tra salari medi di categoria in Italia e fuori d'Italia. E lo ribadisce Filippo Anelli: «Le risorse de PNRR non bastano per colmare le diseguaglianze. La nostra Federazione -dice il presidente Fnomceo - propone reti sanitarie sovraregionali dove siano i professionisti a spostarsi, una volta messi in condizione, per curare i cittadini nelle aree più depresse. Si valorizzerebbero non solo gli operatori, ma anche le strutture che offrirebbero ai cittadini prestazioni nel luogo di residenza». Obiettivo, porre fine almeno in parte all'emigrazione sanitaria. Il farmacologo Silvio Garattini invece esorta a non considerare un tabù la dipendenza per i medici di famiglia: infatti, porterebbe efficienza consentendo di aprire gli ambulatori 7 giorni su 7 e sgravando ospedali e pronti soccorso da compiti impropri. Torna drammatica sul breve periodo l'analisi di Stefano Bonaccini presidente Pd dell'Emilia Romagna: «Se il governo non monitora l'andamento dei progetti deputati a realizzare le case e gli ospedali di comunità c'è il rischio che le nuove strutture non vedano la luce; inoltre con l'aumento di prezzo delle materie prime sono a rischio gli stessi cantieri».

Nella sua analisi dell'economista Nerina Dirindin, ex assessore salute Sardegna e senatrice, protagonista dell'incontro con Giovanni Fattore (SDA Bocconi), ricorda come a fatica il nostro paese abbia invertito la rotta dopo 25 anni di definanziamento «Agli inizi degli anni Novanta il nostro rapporto tra spesa pubblica e privata sul prodotto interno lordo era agli stessi livelli dei paesi top dell'Unione Europea e appena superiore al Regno Unito. E' poi gradualmente sceso per arrivare 2 punti sotto i livelli di Francia e Germania alla fine del primo decennio del secolo, e a 3 punti sotto nel 2018». Dal 2019, l'inversione di tendenza. Ma era già tardi. «La pandemia ci ha colti con problemi oggettivi nell'adeguatezza della risposta dei servizi sanitari, specie sul territorio. L'Ocse ci aveva ammoniti che il superticket da 10 euro su visite ed esami a carico Ssn non andava nella direzione giusta, ed alcune prestazioni -prevenzione ma anche diagnostica minore e piccola chirurgia - erano trascurate. Anche la spesa pubblica è crollata, specie tra 2010 e 2020, gli investimenti in conto capitale si sono ridotti a percentuali minime». Ora la tendenza pare invertita, ma resta dimenticato il personale. «La spesa per beni e servizi nel '95 era il 40% di tutta la spesa sanitaria pubblica; ora è il 70% mentre la spesa per il personale è scesa dal 60 al 28%!», ricorda Dirindin. «All'obbligo di tenere gli esborsi Ssn ai livelli del 2004 decurtati dell'1,4%, dal 2018 si è ovviato con flessibilità ed esternalizzazioni (a proposito, i contratti delle Asl con le coop sono alla voce "beni e servizi"). Il Consiglio UE chiede a tutti servizi sanitari di puntare sui lavoratori della sanità e di sostenerne la formazione continua. Infine le cure primarie: dalla dichiarazione di Alma Ata nel 1978, quando fu esplicitato che i grandi sistemi di prevenzione basati sulla medicina del territorio erano la chiave per un invecchiamento in salute della popolazione, paradossalmente molti servizi che andavano prestati fuori ospedale vi sono finiti dentro. La difficoltà è ora varare un programma che contrasti la deriva di prestazioni specialistiche di primo livello verso l'ospedale».
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