
Sono sempre più numerosi gli studi che in Italia e nel resto del mondo hanno dimostrato come uno stato di infiammazione persistente sia associato sia a malattie psichiatriche che neurodegenerative. Dalla depressione alla schizofrenia; dai disturbi dello spettro autistico a quello da deficit di attenzione/iperattività (ADHD); dalla malattia di Alzheimer al morbo di Parkinson.
In quest'ambito, di particolare rilevanza sono gli ultimi sviluppi nel campo della ricerca relativi alla correlazione tra infezioni virali durante la gravidanza e il rischio di sviluppo di malattie psichiatriche nei figli.
Tra le ultime novità nel campo della ricerca, di particolare interesse è il legame tra infezioni virali durante la gravidanza e il rischio di disturbi del neurosviluppo nel nascituro. Patologie che solitamente vengono diagnosticate nella prima infanzia, come l'autismo, o in tarda adolescenza, come la schizofrenia.
Su questo tema è intervenuto il
Prof.
Marco Pistis, membro del Consiglio Direttivo SIF e professore Ordinario di Farmacologia all'Università di Cagliari, nel corso della 15° edizione del World Congress on Inflammation, in programma a Roma fino all'8 giugno.
Il professore durante la 15esima edizione del congresso, organizzata dalla Società Italiana di Farmacologia (SIF) e dall'International Association of Inflammation Societies (IAIS), spiega: "La gravidanza rappresenta un periodo di particolare vulnerabilità non solo per la madre, ma anche per il feto. È, infatti, possibile che eventuali infezioni virali, come ad esempio il Covid-19 o anche una banale influenza, contratte dalla donna in stato interessante possano aumentare il rischio - seppur molto basso, ci tengo a precisare - dello sviluppo di malattie psichiatriche nei nascituri. Si tratta di un fenomeno già riscontrato in passato, nel caso di altre pandemie virali, e associato soprattutto alla diagnosi di schizofrenia o ai disturbi dello spettro autistico".
Nello specifico, è stato messo in luce come il processo neuro-infiammatorio (che di per sé non è una patologia) determinato dalla risposta immunitaria materna a fronte di un'infezione possa essere un fattore, che in combinazioni con altri - tra i quali, ad esempio, una predisposizione genetica, il parto prematuro o le complicanze ostetriche -, possa alterare il neurosviluppo del feto con conseguenze di lungo periodo.
Di conseguenza, nei pazienti affetti da questo tipo di disturbi, la neuroinfiammazione può essere responsabile di un ulteriore aggravamento della patologia e del suo decorso.
"È molto importante - prosegue il Prof. Pistis - continuare a studiare questo fenomeno in quanto lo stato neuroinfiammatorio può rappresentare il campanello d'allarme di numerose patologie psichiatriche, malattie che non possono essere identificate tramite test di laboratorio. Se noi, dunque, individuassimo dei segnali, ad esempio nel sangue, di questo stato neuroinfiammatorio potremmo procedere alla diagnosi precoce di queste patologie".
"A tutto ciò - conclude il Prof. Pistis - si aggiunge la possibilità di sviluppare nuove terapie o impiegare farmaci già disponibili oggi per le più svariate malattie con l'obiettivo di ridurre la neuroinfiammazione e avere così un'arma in più nel trattamento delle malattie psichiatriche e neurodegenerative".