
L'industria sanitaria europea si sta sviluppando a un ritmo più lento dei corrispondenti settori in America e Asia. Gli stati del Vecchio Continente trasformano meno di altri in brevetti i risultati delle loro ricerche. E mancano di materie prime. L'80% dei principi attivi dei generici consumati in Europa e il 50% dei principi attivi di farmaci originator sono importati dall'Asia. «Se per qualsiasi dinamica geopolitica la Cina (o l'India) dovesse chiudere il rubinetto dei prodotti farmaceutici in 20 giorni in UE avremmo qualche centinaio di migliaia di morti per infezioni, diabete e patologie cardiovascolari», avverte Lucia Aleotti vicepresidente di Farmindustria e rappresentante delle aziende italiane. Nello sviluppo sembra imprescindibile fruire di strumenti comunitari che catalizzino aiuti di stato come gli "Important Projects of Common European Interest", oggetto di un webinar organizzato da Edra e Centro Studi Americani e moderato dall'on
Beatrice Lorenzin con protagonisti dell'impresa e della politica.
Tema chiave:
l'IPCEI Health, progetto francese che investe gli altri stati d'Europa e decine di imprese, finanziato con 7 miliardi di euro per la parte transalpina. Il "made in Italy" del farmaco non può permettersi di rallentare. «Negli ultimi 10 anni l'industria farmaceutica italiana è stata leader come presenza ed export ma alcuni paesi corrono di più. La crescita media nell'Unione europea è 18%, Germania e Belgio crescono a ritmi del 30%», dice
Massimo Scaccabarozzi, Presidente Farmindustria. «Il nostro è un settore complesso ha bisogno di politiche di sviluppo e strumenti nuovi come la rolling review per accelerare i tempi di introduzione di farmaci in commercio, di autorizzazioni rapide per insediare impianti produttivi. Come efficienza degli impianti e qualità delle risorse umane l'Italia non teme nessuno, ma occorre migliorare le politiche di attrazione. Per arrivare all'indipendenza delle filiere strategiche, la farmaceutica può essere un banco di prova. Qualcosa è avvenuto, come l'introduzione del credito d'imposta al 20% recuperabile in 10 anni (ma vanno chiariti gli aspetti applicativi), od il ricorso a contratti di sviluppo (ma è troppo a breve il rinnovo ogni 6 mesi). Noi abbiamo fatto un'indagine tra gli associati, ci sono 4,7 miliardi di investimenti cantierabili per 8 mila posti diretti e 25 mila indotto, servirebbe una partnership pubblico-privato. Gli Ipcei offrono uno strumento finanziario che contempla finanziamenti su larga scala per sostenere progetti su un lungo periodo di tempo». L'Italia è tra i produttori leader di farmaci, con 34 miliardi di euro di fatturato annui che con l'indotto diventano 65, ed una crescita impressionante dell'export del 74% dal 2015 al 2020, un calo dei consumi energetici del 50% negli ultimi 10 anni. Ma attenzione: nelle principali 13 aziende a capitale italiano solo il 13% del fatturato è realizzato in Italia: le imprese nazionali, che hanno presentato oltre 1 miliardo di euro di investimenti produttivi e stabilimenti da realizzare nell'ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza nonché progetti di ricerca e sviluppo per quasi 2 miliardi, guardano al mondo come area per investire. Gli Usa prima con Trump poi con Biden hanno lanciato investimenti pubblici rispettivamente per 12 e per 4 miliardi per tenere in casa ricerche e produzioni nel settore farmaceutico. La Cina ha eliminato tipologie produttive non competitive, e puntato miliardi di euro di investimenti pubblici per attrarre produzioni. L'Europa continua a parlare di competizione interna tra paesi, tra aree disagiate e sviluppate, e chiede di scommettere su insediamenti produttivi in aree non servite, rischiando di giocarsi la competitività delle sue migliori imprese. La Francia ha deciso di investire di suo nell'Ipcei Health, varando nel contempo incentivi sul fronte dei ricavi e dei prezzi le aziende che investono in Francia. In Italia abbiamo bisogno di un salto di qualità, siamo stufi di sentirci dare pacche sulle spalle senza vedere politiche di supporto ai nostri investimenti».
Marcello Cattani, vicepresidente Farmindustria e "voce" delle aziende straniere che investono in Italia, ricorda che oggi per la Francia ci sono due settori strategici: difesa aerospazio e biofarmaceutico. La chiamata su Ipcei Health ha raccolto oltre 140 progetti e la dotazione è stata portata dal governo da 1,5 a 7 miliardi per supportare investimenti su tutta la filiera. «Il recente trattato del Quirinale tra Italia e Francia può far avere anche all'Italia un ruolo importante nell'innovazione sulla ricerca (per antibiotici, antidiabetici, cardiometabolici) e toglierci dalla dipendenza da certe aree del mondo. Trovo strano che per gli Ipcei comunitari si sia partiti da idrogeno e batterie. Noi siamo pronti a fare il nostro in Europa. In tempi di Covid alla comunità europea si chiedono strumenti flessibili, accessibili, e sostegno politico. Fare industria farmaceutica in Italia è difficile, le leggi ambientali ad esempio sono diverse tra regioni, come l'interazione tra le amministrazioni. Per il tavolo al Ministero dello sviluppo stiamo preparando progetti.
Sanofi ha postato 1,5 miliardi di richieste per Ipcei Health: non cerchiamo più o quasi operai ma ingegneri gestionali e laureati in scienze biotecnologiche, è una sfida che parte da competenze che l'Italia ha. Si deve solo dare fiducia ad un settore che è driver di sviluppo, crescita economica ed export».