Professione medica
Medici di famiglia
27/09/2021

Cure primarie, no ai medici di famiglia dipendenti. Ecco le proposte Fimmg

Le Case di Comunità non possono essere l'unica forma in cui si esprime la medicina di famiglia: ove venissero realizzate - con i medici dentro, come dice il Piano di Ripresa e Resilienza- gli studi attuali devono sopravvivere. L'offerta di 2 mila nuove strutture attrezzate deve essere integrativa e non sostitutiva dello studio "micro" attuale e, come professionista, il Mmg è il solo che può condurre le "case", coordinando il personale e indirizzandone gli sforzi nell'interesse dell'assistito. Ma da convenzionato scelto dal paziente, non da dipendente. I

l messaggio arriva dalla proposta della Fimmg di riforma delle cure primarie: una risposta al documento delle Regioni che chiede il passaggio a dipendenza. Nel contro-documento il sindacato più rappresentativo dei medici di famiglia spiega perché la formula ideale resta la convenzione. Fimmg parte da due presupposti: tutti i medici, nessuno escluso, si sono fatti carico della risposta alla pandemia da Covid-19 e oggi pongono con l'Ordine il tema della "questione medica" posto dagli ordini: il camice dev'essere responsabile di prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione, va valorizzato per le competenze che ha, e se in organico ci sono pochi medici l'Asl non deve rispondere con contratti precari. Come il documento delle regioni, il testo Fnom sulla "questione medica" riconosce però un'inadeguatezza della medicina territoriale, e da qui si parte: la "malattia" individuata c'è ma non si cura con il contratto di dipendenza
.
I medici di famiglia con i loro 60 mila studi espletano ogni anno il 97,4% delle prestazioni di primo livello, i pronti soccorso il 2,6% restante - 513 milioni contro 14 - ma costano meno dell'ospedale. Davvero li si vuole portare a dipendenza? In realtà dal 1978 poco è stato fatto per adeguare le convenzioni ai bisogni demografici. La parte pubblica ha tenuto il grosso dello stipendio ancorato alla quota nazionale, e le regioni hanno limitato le prospettive di categoria stabilendo dei tetti per gli incentivi alle "novità": non si possono istituire gruppi per più del 12% della popolazione, reti per più del 9%; e ancora, i soldi per l'infermiere ci sono per un numero di medici che copre massimo l'8% dei residenti, gli incentivi bastano a coprire il 40% dei collaboratori. L'attuale rapporto convenzionale, basato sulla scelta del cittadino, non è in contraddizione con gli obiettivi di efficienza del Ssn; al contrario, ingessare il medico in rigide strutture dipartimentali non favorisce cure più "umane", ma ingigantisce un già ridondante apparato tecnico strutturale, e fa mediare da strutture "anonimizzanti" il rapporto medico-paziente. Tra mercato ed ente pubblico c'è una terza via, il "professionalismo", i medici di famiglia - professionisti "liberi" - hanno alle spalle un sapere specifico, si pongono obiettivi etici, per perseguire i quali devono avere margini di autonomia, adattano le proprie caratteristiche alle richieste dei cittadini, le attività - anche le più complesse - alla demografia. Da qui nasce la prossimità degli studi, per natura vicini al paziente, la loro capillarità, cioè l'essere tanti o meno in relazione alle caratteristiche di un'area geografica. Fimmg parla di medici della complessità "a minor impronta carbonica", sostenibili, mentre la casa di comunità -un quasi- ospedale- potrebbe per paradosso peggiorare l'accesso e la velocità di alcune risposte al paziente. Per migliorarsi l'unica via è l'associazionismo: concordare con le regioni aggregazioni calibrate ai bisogni della popolazione, le reti dove quest'ultima è sparsa, i gruppi nelle aree a maggior densità. A disposizione di una medicina di famiglia associata vanno messi strumenti informatici e personale.

E il contratto? Nella forma può ben restare la convenzione per ogni Mmg, ma gli obiettivi dell'attività si rinnovano: a prevenzione, presa in carico delle cronicità, gestione dell'acuzie non complicata, si affiancano definitivamente assistenza domiciliare e residenziale, sorveglianza epidemiologica - specie antipandemica - e diagnosi di primo livello. L'offerta di cure avverrà nel contesto dei "microteam" con infermiere, collaboratore di studio, assistente sociale, e si espleterà attraverso medicine organizzate in gruppo, a rete o single secondo i bisogni demo-geografici. Resterebbero le Aft, le aggregazioni funzionali formate da medici di assistenza primaria e continuità assistenziale, questi ultimi organizzati su fasce diurne o notturne in base alle esigenze regionali, e i medici di tali aggregazioni afferirebbero alcune ore/settimana alle case di comunità dove si offriranno pure prelievi, prenotazioni, prestazioni riabilitative, esami, colloqui con équipe domiciliari. Le case saranno un po' una versione a "passo lungo" degli studi ordinari i quali a loro volta, potenziati, continueranno ad esistere e a collegarsi con esse anche informaticamente per gestire pazienti e pratiche. Lo stipendio dovrebbe cambiare: a una quota capitaria nazionale legata ad un impegno standard organizzativo se ne sostituirà una variabile regionale legata al soddisfacimento di indicatori di processo (ADI erogata, progetti Asl partecipati), di esito (pazienti vaccinati, screening fatti effettuare) e relativi ad altri temi (audit, farmacovigilanza). Tale retribuzione presuppone un rendiconto al dettaglio del lavoro svolto.

Infine, Fimmg chiede la trasformazione del tirocinio da osservazionale in contratto di formazione lavoro tutorato con graduale acquisizione di responsabilità ed autonomia e parificazione dell'entità ella borsa a quella del medico specializzando. E chiede un periodo di formazione pre-laurea e docenti presi dalla professione... Tutte cose di cui si tace -rileva- negli attuali disegni di legge a favore della specializzazione in Medicina di comunità.

Mauro Miserendino
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