Governo e Parlamento
23/06/2021

Covid-19, Vancheri (Sip): i pazienti con patologie rare sono quelli che hanno sofferto di più

«Durante questo anno e mezzo molti di noi si sono dedicati alla urgenza-emergenza dettata dalla pandemia, per cui i pazienti con patologie rare, proprio per quelle che sono le caratteristiche intrinseche di queste malattie, hanno sofferto più di altri. Anche dal punto vista della diagnosi, quest'anno in molti centri si sono fatte meno diagnosi rispetto agli anni precedenti, dobbiamo un po' recuperare il tempo perduto». Questi gli effetti sui malati affetti da patologie rare, come racconta a Doctor33 Carlo Vancheri, presidente eletto Sip (Società italiana pneumologia), direttore del Centro di riferimento regionale in Sicilia per la Prevenzione, Diagnosi e Cura delle Malattie Rare del Polmone, professore ordinario in Malattie dell'Apparato respiratorio - Università degli Studi di Catania.

Uno degli aspetti principali dell'infezione da covid-19 è quella di una polmonite che spesso colpisce in più zone entrambi i polmoni. «Casi di fibrosi polmonare si erano verificati con nel 2003 con la Sars - racconta Vancheri- ora stiamo assistendo a qualcosa di simile: Ci sono pazienti che dopo la polmonite guariscono completamente senza alcuna conseguenza e senza esiti, altri pazienti, invece, per motivazioni che ancora non sono del tutto chiare, probabilmente per una predisposizione genetica o per una particolare gravità della malattia o perché sono stati in rianimazione per più tempo, sviluppano degli esiti fibrotici e quindi hanno delle conseguenze anche dal punto di vista della funzione polmonare».
Non ci sono ancora abbastanza numeri e sufficiente esperienza per «comprendere quale sia l'evoluzione nel tempo di questi pazienti. Sicuramente dovranno essere seguiti e studiati per molti mesi, almeno per un anno dopo la patologia iniziale, per capire bene che cosa succede in questi particolari pazienti e che cosa eventualmente fare. Al momento attuale non abbiamo dei dati definitivi però sicuramente è un problema che esiste», osserva l'esperto. Per migliorare le cure post pandemia, «bisogna avere un approccio culturalmente diverso rispetto a quello degli ultimi anni, prima della pandemia, in cui avevamo assistito a un ridimensionamento generale della sanità e della sanità pubblica. C'è bisogno, invece, di una vera e propria inversione di tendenza», puntualizza Vancheri. Secondo il presidente della Sip, gli investimenti devono coinvolgere la «sanità pubblica e rafforzare soprattutto quelle strutture che in questa occasione si sono rivelate particolarmente deboli, mi riferisco le strutture del territorio ma anche a molti reparti specialistici che sono stati estremamente impegnati in questo anno e mezzo e ovviamente non posso che fare riferimento alla pneumologia». L'esperto parla, quindi, di investimenti strutturali: «Migliorare i reparti e avere più terapie semi-intensive respiratorie ma soprattutto avere più medici specialisti in pneumologia».

È solo con la pandemia che si è capito l'importanza del concetto di prossimità. «Ci ha fatto rendere conto che su certi aspetti, in termini in vicinanza al cittadino, non eravamo poi tanto vicini - osserva Vancheri - per esempio, nell'assistenza domiciliare a 360° che nell'ambito sicuramente delle patologie polmonari è estremamente importante, nella riabilitazione, nella medicina del territorio. Tutto questo ha un doppio significato - precisa - uno è quello di stare più vicino al cittadino e quindi delle cure anche dal punto di vista della tempistica più rapide; due, avere delle cure in prossimità significa anche alleggerire i reparti specialistici da patologie che invece potrebbero essere curate a domicilio del paziente e quindi far sì che i reparti specialistici possano occuparsi soltanto delle patologie più gravi e severe. Questo credo che sia un aspetto molto importante perché in questi mesi abbiamo visto reparti intasati da pazienti che sicuramente meritavano il ricovero ma se ci fosse stato un filtro maggiore da parte della medicina del territorio probabilmente avremmo evitato questo sovraffollamento». In questo contesto, la telemedicina «ha un ruolo importante, la tecnologia ci aiuta moltissimo - dichiara Vancheri - senza dubbio può agevolare il nostro lavoro, ma non sostituirlo del tutto».
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