Ridurre il rischio di scompenso nei pazienti con cirrosi, ampliare le opzioni terapeutiche e individuare chi ha un'infezione ancora non diagnosticata: sono le sfide aperte per l'epatite Delta, la forma più aggressiva di epatite virale cronica. Dopo decenni senza trattamenti specifici, la disponibilità di bulevirtide e l'avanzamento di nuove strategie terapeutiche stanno modificando le prospettive di cura. Ma resta cruciale riconoscere tempestivamente le persone con infezione attiva. A fare il punto è Pietro Lampertico, professore ordinario di Gastroenterologia all'Università degli Studi di Milano e direttore della Gastroenterologia ed Epatologia della Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico, intervistato da Doctor33.
"Negli ultimi anni è cambiato veramente tutto per i nostri pazienti con epatite Delta", afferma Lampertico. Dal 2020 è disponibile in Europa bulevirtide, il primo trattamento specifico approvato per questa infezione. L'esperienza clinica ha documentato risposte virologiche e biochimiche e benefici anche sul piano clinico. Tra i dati più recenti citati dallo specialista, una riduzione del 90% del rischio di scompenso nei pazienti con cirrosi. Un risultato rilevante per una malattia che può progredire rapidamente verso complicanze gravi, fino all'epatocarcinoma e al trapianto. La ricerca procede con diverse strategie in fase avanzata di sviluppo. Una ha già completato la fase 3 e potrebbe arrivare all'approvazione negli Stati Uniti nel 2027; altre tre aziende stanno conducendo studi di fase 3 con approcci differenti. "Nel giro di un anno saranno presentati i risultati di oltre cinque studi di fase 2 e 3 sull'epatite Delta con nuove strategie", spiega Lampertico. L'obiettivo è che nuove opzioni possano diventare disponibili anche in Italia dal 2028, inizialmente almeno attraverso programmi di uso compassionevole.
Un altro passaggio riguarda l'inserimento del test quantitativo HDV-RNA nei nuovi Livelli essenziali di assistenza (LEA). L'esame consente di documentare l'infezione attiva e monitorare la risposta al trattamento. La sua inclusione può facilitare l'accesso alla diagnosi anche nei centri periferici e alla gratuità del test durante la terapia. La sfida, però, è identificare tutti i pazienti. Secondo le stime citate da Lampertico, in Italia le persone con epatite cronica Delta sarebbero tra 3.000 e 6.000, e una parte potrebbe non essere ancora stata diagnosticata. Da qui l'appello dello specialista a testare per gli anticorpi anti-HDV tutti i pazienti positivi all'antigene di superficie dell'epatite B (HBsAg), indipendentemente dal profilo virologico o clinico. Individuare l'infezione prima che la malattia diventi avanzata è essenziale per poter intervenire tempestivamente e migliorare gli esiti.