La trasparenza non si misura nelle dichiarazioni di principio, ma nelle regole che governano i rapporti tra professionisti, società scientifiche e industria. In questo editoriale, Mario Clerico ripercorre il percorso avviato negli anni passati da CIPOMO e propone una riflessione sul ruolo delle istituzioni scientifiche.
“Il conflitto di interessi alla prova della trasparenza (versione aggiornata) Vi sono temi sui quali tutti si dichiarano d’accordo, almeno in linea di principio. La trasparenza è uno di questi. Nessuna società scientifica, nessuna istituzione sanitaria, nessuna comunità professionale direbbe oggi di esservi contraria. Il problema comincia quando la trasparenza cessa di essere una parola condivisa e diventa una pratica concreta: regole, limiti, dichiarazioni pubbliche, gestione dei finanziamenti, rapporti con l’industria, responsabilità nella produzione della cultura scientifica. Il conflitto di interessi appartiene precisamente a questa categoria. Riconoscerne l’esistenza in astratto è relativamente facile; molto più difficile è affrontarlo quando investe abitudini consolidate, congressi, fonti di finanziamento, relazioni professionali. In medicina, e in particolare in oncologia, il conflitto di interessi non rappresenta un’anomalia marginale, ma una condizione strutturale. La ricerca clinica, l’innovazione terapeutica, l’aggiornamento professionale e la formazione continua si sviluppano spesso in rapporto con l’industria farmaceutica. Un rapporto che non è di per sé illegittimo e che, anzi, può favorire la produzione di conoscenza, l’accesso all’innovazione, la crescita delle competenze. Proprio per questo deve essere regolato. Per affrontare seriamente il tema occorre anzitutto distinguere il conflitto di interessi dalla corruzione. La corruzione è un comportamento illecito; il conflitto di interessi è invece una condizione nella quale un interesse secondario può interferire, o apparire capace di interferire, con un interesse primario. In sanità, l’interesse primario è evidente: il bene del paziente, la qualità delle cure, l’equità di accesso, la tutela del Servizio sanitario. Confondere le due cose produce un effetto paralizzante. Se parlarne equivale a insinuare una colpa, è comprensibile che molti preferiscano tacere, minimizzare, rimuovere. Se invece il conflitto di interessi viene riconosciuto per ciò che è — una condizione frequente, prevedibile, spesso inevitabile — allora può diventare oggetto di regole, controlli e responsabilità condivise. Da questa consapevolezza nacque, alcuni anni fa, all’interno di CIPOMO, un percorso di riflessione sul rapporto tra società scientifiche, industria e indipendenza professionale. Fu una scelta coraggiosa, non perché assumesse un tono accusatorio, ma perché portava allo scoperto un tema che molti conoscevano, pochi nominavano apertamente e ancor meno erano disposti a discutere in pubblico. L’indagine, pubblicata sul British Medical Journal, restituì un quadro eloquente: il 62% dei medici dichiarava pagamenti diretti dall’industria farmaceutica negli ultimi tre anni; il 68% riteneva che la maggioranza degli oncologi italiani avesse un conflitto di interessi con l’industria; l’82% considerava che gran parte della formazione oncologica fosse sostenuta dall’industria. La lettura corretta di questi dati non consisteva nella denuncia di una categoria, ma nel riconoscimento di una condizione diffusa, capace di incidere sui costi, sulla formazione, sulla qualità dell’assistenza e sulla validità della ricerca. La pubblicazione dell’indagine ebbe un’eco mediatica significativa e suscitò anche reazioni polemiche. Alcuni commenti colsero la rilevanza del tema; altri scivolarono rapidamente dal conflitto di interessi al sospetto generalizzato sulla pratica clinica e sulla ricerca. Quando si affronta un tema delicato come il conflitto di interessi, soprattutto in oncologia, l’approssimazione comunicativa può produrre danni. Riconoscere l’esistenza di relazioni economiche tra medici e industria è necessario; renderle trasparenti e regolate è doveroso. Trasformare però una riflessione sulla trasparenza in un sospetto generalizzato significa indebolire proprio l’obiettivo da perseguire: rafforzare la fiducia dei cittadini attraverso regole più chiare e responsabilità più visibili. CIPOMO ritenne dunque necessario chiarire il senso dell’iniziativa: non una denuncia contro gli oncologi, ma un atto di onestà intellettuale e di trasparenza. Il conflitto di interessi veniva indicato come una condizione, non come una colpa. In un ambito come l’oncologia, medici e industria non possono non interagire. Ciò che conta è che tale interazione sia resa visibile, dichiarata e regolata, per evitare derive pericolose. La rilevanza dell’iniziativa non rimase confinata al dibattito interno alla comunità oncologica né alla sua eco mediatica. CIPOMO fu infatti invitato a un’audizione presso la XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, sulla proposta di legge n. 491, dedicata alla trasparenza dei rapporti tra imprese produttrici, soggetti operanti nel settore della salute e organizzazioni sanitarie. Era un passaggio significativo: confermava che il tema non riguardava soltanto la deontologia dei singoli professionisti, ma la qualità delle relazioni tra sistema sanitario, industria, istituzioni e cittadini. CIPOMO non si fermò all’indagine. Predispose un position paper sul conflitto di interessi, approvato dal Direttivo il 14 marzo 2017, nel quale si affermava che la finalità ultima del lavoro in sanità deve essere il bene del cittadino e che clinici, ricercatori, amministratori, industria e cittadini devono concorrere insieme a garantire il rapido accesso ai migliori percorsi di diagnosi e cura. Il documento indicava anche le possibili conseguenze del conflitto di interessi: dalla pianificazione della ricerca alla divulgazione dei dati, dalla formazione fino alle scelte cliniche. Le raccomandazioni erano concrete. La ricerca doveva essere tutelata dall’influenza degli interessi commerciali; la promozione scientifica doveva servire alla qualità e alla sicurezza delle cure, non all’induzione alla prescrizione; la formazione non doveva diventare uno strumento di marketing. Un rilievo particolare veniva attribuito al ruolo delle società scientifiche, chiamate a rendere trasparenti i bilanci, a diversificare le fonti di finanziamento, a dichiarare i conflitti personali e ad adottare criteri di merito e di rotazione nella scelta degli esperti. Per attività particolarmente sensibili, come l’elaborazione di linee guida, il documento prevedeva anche l’esclusione di esperti esposti a influenze commerciali eccessive. Il punto più delicato riguardava il rapporto tra sostegno economico e indipendenza culturale. L’industria contribuisce spesso a finanziare progetti, eventi e ricerche delle società scientifiche. Il rischio da evitare è che questo sostegno si trasformi, in modo palese o occulto, in una forma di promozione. In questa prospettiva, la trasparenza non era un adempimento formale, ma uno strumento per consentire ai cittadini di valutare i servizi offerti e per prevenire condizioni di sfiducia nel Servizio sanitario. Il position paper fu proposto anche ad altre società scientifiche, alcune delle quali aderirono. Il percorso sembrava così poter oltrepassare il perimetro di una singola società e diventare un’occasione più ampia di confronto per la comunità medico-scientifica. Ma con il cambio del Consiglio Direttivo, quel percorso non ebbe continuità. Questa interruzione, tuttavia, non riguarda le intenzioni dei singoli. Riguarda la tenuta delle istituzioni professionali quando sono chiamate a misurarsi con temi scomodi. La trasparenza è spesso invocata come valore; diventa assai più problematica quando obbliga a decidere come finanziare un congresso, come comporre un panel di esperti, come elaborare una linea guida, come separare il sostegno economico dall’indirizzo culturale. Non si tratta di negare la collaborazione con l’industria. Sarebbe irrealistico, e in molti casi controproducente. Si tratta piuttosto di costruire le condizioni perché quella collaborazione possa svolgersi senza compromettere la fiducia. La fiducia non nasce dall’assenza di interessi, ma dalla loro visibilità, dalla loro regolazione e dalla capacità di dimostrare che l’interesse primario resta quello del paziente e del Servizio sanitario. Il conflitto di interessi non scompare perché non lo si nomina. Quando resta implicito, diventa più opaco e più difficile da controllare. Quando viene dichiarato e governato, può invece entrare a far parte di una cultura professionale più matura. La domanda decisiva, allora, non è se le società scientifiche abbiano conflitti di interessi. Li hanno, come molti attori della medicina contemporanea. La vera domanda è se siano disposte a riconoscerli, discuterli e regolarli anche quando farlo è scomodo. È su questo terreno che si misura davvero l’indipendenza di una comunità scientifica: non nelle dichiarazioni di principio, ma nella capacità di trasformare la trasparenza in una pratica stabile”.
Mario Clerico, oncologo, già presidente CIPOMO