L'AIFA ha approvato la rimborsabilità di acalabrutinib, inibitore di BTK di seconda generazione, per tre indicazioni ematologiche: in combinazione con venetoclax per la leucemia linfatica cronica (LLC) di prima linea, in combinazione con bendamustina e rituximab per il linfoma mantellare di prima linea in pazienti non eleggibili al trapianto autologo e in monoterapia per il linfoma mantellare recidivato/refrattario. L'approvazione ridefinisce lo standard di cura in prima linea in tutte le patologie, sostituendo la chemio-immunoterapia con regimi a durata fissa e profilo di tossicità migliorato.
La leucemia linfatica cronica (LLC) è la forma più comune di leucemia negli adulti con circa 2.750 nuovi casi annui stimati in Italia. «È una patologia linfoproliferativa caratterizzata da un accumulo di un particolare tipo di globuli bianchi, i linfociti B. La chemio-immunoterapia, che un tempo rappresentava lo standard di cura in prima linea, oggi è superata dalle terapie mirate, costituite dagli inibitori di BTK e di BCL-2» spiega Paolo Ghia, Professore Ordinario di Oncologia Medica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele Milano.
L'approvazione di Acalabrutinib più venetoclax si basa sui risultati dello studio AMPLIFY, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Il regime è a durata fissa: 14 cicli di 28 giorni (2 cicli con acalabrutinib in monoterapia, seguiti da 12 cicli della combinazione). La sopravvivenza libera da progressione a 36 mesi è stata del 76,5% con acalabrutinib più venetoclax rispetto al 66,5% con chemio-immunoterapia. Il dato più rilevante per la pratica clinica è la proporzione di pazienti liberi da trattamento successivo: l'88,5% non ha necessitato di una seconda linea a 3 anni, rispetto al 75,2% nel braccio chemio-immunoterapia. Le risposte globali profonde hanno raggiunto il 92,8% vs 75,2%. Il nuovo regime è a durata fissa. Sono state osservate risposte globali profonde e durature. Altro aspetto cruciale è l'elevato profilo di tollerabilità: gli effetti collaterali, in particolare quelli di tipo cardiovascolare come fibrillazione atriale, ipertensione arteriosa e sanguinamenti, si sono verificati in una minima percentuale di pazienti, caratterizzati da una lieve entità e facilmente gestibili.
Per il linfoma mantellare l’AIFA ha fatto due approvazioni con meccanismi diversi. Questo tipo di tumore è caratterizzato da una resistenza innata ai trattamenti ed è uno dei linfomi più difficili da curare, con chemio-immunoterapia (bendamustina-rituximab) come standard in prima linea nei pazienti over 65 o non eleggibili al trapianto, ma con recidive frequenti e molteplici.
In prima linea in pazienti non eleggibili al trapianto acalabrutinib in combinazione con bendamustina e rituximab dove lo studio ECHO ha documentato una riduzione del 32% del rischio di progressione o morte rispetto alla sola chemio-immunoterapia e una diminuzione del 24% del rischio di iniziare una terza linea di trattamento. Una sottoanalisi presentata al congresso dell'European Hematology Society ha confermato un buon profilo di sicurezza infettivologica.
Acalabrutinib è stato inoltre approvato in monoterapia per il linfoma mantellare recidivato/refrattario in pazienti non precedentemente trattati con BTKi. La sopravvivenza libera da progressione mediana è stata di 22 mesi, con un tasso di remissione completa del 48% e una sopravvivenza globale a 5 anni del 50%.
«Nel linfoma mantellare le recidive possono avvenire anche a distanza di 6-7 anni, e continueremo a vedere pazienti in recidiva non precedentemente trattati con BTKi. Per questo è importante avere a disposizione un inibitore di BTK di seconda generazione caratterizzato da elevata efficacia e tollerabilità» conclude Enrico Derenzini, Direttore Divisione Oncoematologia allo IEO di Milano e Professore Associato all’Università Statale di Milano.