Cannabis
20/05/2026

Cannabis terapeutica, Armento (IEO): Non deve essere l’ultima risorsa

L’oncologa palliativista a Sanità33: “Le cure palliative oggi sono cure della complessità. La cannabis può agire su dolore, nausea, ansia e disturbi del sonno”

cannabislightok

“Il vero risultato da raggiungere è uscire dall’alveo dell’alternativa terapeutica di utilizzare la cannabis quando non c’è più niente da fare”. A dirlo ai microfoni di Sanità33 è Grazia Armento, oncologa palliativista e responsabile della Ricerca della UOC Terapia del Dolore e Cure Palliative dello Istituto Europeo di Oncologia, che invita a superare i pregiudizi ancora legati sia alle cure palliative sia alla cannabis terapeutica. Secondo Armento, infatti, è ormai “abbondantemente superata” l’idea che le cure palliative siano destinate esclusivamente alla fase terminale della malattia. “Oggi possono essere considerate a tutti gli effetti cure della complessità”, spiega, sottolineando come l’accesso ai percorsi palliativi non dipenda più solo dalla prognosi, ma anche dalla presenza di sintomi fisici, psicologici, sociali e relazionali che impattano sulla qualità di vita del paziente.

In questo contesto la cannabis terapeutica trova spazio “perfettamente” nelle traiettorie di cura, proprio per la sua capacità di agire contemporaneamente su più sintomi. “Molto spesso si pensa che i pazienti in cure palliative abbiano solamente dolore, ma il dolore non arriva mai da solo”, osserva Armento. Accanto al sintomo doloroso compaiono frequentemente nausea, insonnia, ansia, perdita di appetito e distress emotivo. “La cannabis terapeutica si pone perfettamente nel governo clinico e farmacologico di questi pazienti così complessi, perché non si tratta solamente di curare la malattia, ma la persona nella sua intera globalità”. L’esperta invita però anche a evitare semplificazioni. “Non è la panacea di tutto”, chiarisce, spiegando che oggi la cannabis viene inserita soprattutto all’interno di approcci multimodali, in combinazione con altre terapie antalgiche e palliative.

Uno dei principali ostacoli resta ancora lo stigma culturale. “Spesso c’è una sovrapposizione tra utilizzo ricreativo e utilizzo terapeutico”, afferma Armento. Un equivoco che, secondo la specialista, continua ad alimentare diffidenza anche tra i professionisti sanitari, nonostante negli ultimi 15 anni siano cresciute le evidenze scientifiche sulle sue applicazioni cliniche. Le prove più solide riguardano il trattamento del dolore cronico, ma gli ambiti di utilizzo si stanno ampliando. “Pensiamo alla nausea e al vomito indotti dai trattamenti antineoplastici, alla spasticità nelle patologie neurologiche, ai disturbi del sonno, ai disturbi d’ansia o alla perdita di appetito”, elenca Armento. Benefici che non riguardano soltanto i pazienti oncologici, ma anche quelli neurologici e geriatrici. Per superare falsi miti e resistenze, la chiave resta la formazione. “Serve una formazione pre e post laurea, dalle scuole di specializzazione ai corsi per i medici di medicina generale, fino ai master universitari e all’aggiornamento continuo”, sottolinea. Secondo Armento, la diffusione di una cultura scientifica sulla cannabis terapeutica sarà decisiva per favorirne un utilizzo appropriato e consapevole.

Guardando al futuro, la prospettiva è quella di una sempre maggiore standardizzazione e personalizzazione delle terapie. “Il grande sogno è che la cannabis medica possa diventare a tutti gli effetti un farmaco”, afferma. Un percorso già avviato grazie alla disponibilità di oli standardizzati con concentrazioni definite di THC, CBD e terpeni, che garantiscono qualità e riproducibilità terapeutica. L’obiettivo finale, conclude Armento, è integrare definitivamente la cannabis medica nei percorsi terapeutici: “Dobbiamo smettere di considerarla un’opzione da usare solo quando le altre possibilità si riducono e inserirla pienamente nel panorama terapeutico delle traiettorie di cura dei nostri pazienti”.

Anna Capasso

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