La medicina di precisione continua a ridefinire il trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) che si sta via via trasformando da una patologia a prognosi sfavorevole in una malattia sempre più stratificata sul piano biologico e terapeutico. In questo scenario si inserisce la rimborsabilità in Italia della combinazione tra amivantamab in formulazione sottocutanea e lazertinib per il trattamento di prima linea dei pazienti adulti con NSCLC avanzato EGFR-mutato, in presenza di delezioni dell’esone 19 o mutazioni L858R dell’esone 21. Si tratta di una popolazione clinicamente rilevante: il tumore del polmone continua infatti a rappresentare una delle principali cause di mortalità oncologica, con oltre 45 mila nuove diagnosi ogni anno in Italia. L’NSCLC costituisce circa l’85% dei casi e, all’interno di questo gruppo, circa un paziente su cinque presenta una mutazione attivante di EGFR.
Negli ultimi quindici anni, l’introduzione progressiva degli inibitori tirosin-chinasici ha modificato radicalmente la storia naturale della malattia EGFR-mutata. Tuttavia, la comparsa di meccanismi di resistenza e la limitata durata delle risposte hanno mantenuto aperto il bisogno di strategie terapeutiche più efficaci e più durature. “Pensavamo che il tumore del polmone fosse una malattia da trattare tutta allo stesso modo e invece non è - osserva la professoressa Silvia Novello, Professore di Oncologia Medica all’Università di Torino e Presidente WALCE -. Abbiamo identificato sottogruppi biologicamente distinti che non significano soltanto una classificazione accademica, ma consentono di fornire indicazioni terapeutiche e prognostiche differenti per ciascun paziente”. Anche nell’ambito delle neoplasie con mutazioni EGFR il quadro è molto più eterogeneo di quanto inizialmente immaginato: “Per anni abbiamo pensato che questi pazienti fossero quasi esclusivamente donne e non fumatori – ricorda l’oncologa -. In realtà ci troviamo di fronte a una popolazione molto più eterogenea. E proprio questa eterogeneità ci sta spingendo verso una personalizzazione sempre più raffinata della medicina di precisione”. La nuova strategia terapeutica associa due farmaci con meccanismi d’azione complementari.
Amivantamab è un anticorpo bispecifico completamente umano diretto contro EGFR (Epidermal Growth Factor Receptor) e MET (Mesenchymal-epithelial transition factor), mentre lazertinib è un inibitore tirosin chinasico di terza generazione somministrato per via orale. L’anticorpo esercita un’azione multipla: blocca i recettori EGFR e MET, favorisce la loro degradazione attraverso fenomeni di trogocitosi e attiva meccanismi immunitari cellulomediati, coinvolgendo cellule NK e macrofagi. Lazertinib, invece, agisce inibendo la trasduzione del segnale proliferativo, risultando attivo anche a livello del sistema nervoso centrale data la sua capacità di superare la barriera ematoencefalica. Nello studio registrativo di fase III MARIPOSA la combinazione amivantamab-lazertinib ha consentito di ottenere una riduzione del rischio di progressione rispetto a osimertinib in monoterapia. Il beneficio si estende anche alla sopravvivenza globale: le analisi aggiornate indicano infatti una riduzione del rischio di morte del 25% rispetto allo standard terapeutico. Un aspetto clinicamente rilevante: “Lo studio MARIPOSA ha dimostrato che questa combinazione è in grado di migliorare in modo significativo sia la sopravvivenza libera da progressione, sia la sopravvivenza globale rispetto all’attuale standard di cura – sottolinea Antonio Passaro, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano -. La combinazione ha mostrato efficacia anche nei pazienti con caratteristiche biologiche più aggressive e in presenza di metastasi cerebrali, un elemento particolarmente importante nella pratica clinica quotidiana”.
Un altro aspetto rilevante per la qualità della vita dei pazienti è la disponibilità della formulazione sottocutanea di amivantamab che sostituisce l’infusione endovenosa, con riduzione dei tempi di somministrazione e delle reazioni indesiderate. “Offrire un trattamento chemio-free somministrato per via sottocutanea significa migliorare non soltanto l’efficacia, ma anche la qualità di vita e la maneggevolezza terapeutica per il paziente” puntualizza l’oncologo dello IEO.
La disponibilità di nuovi trattamenti efficaci pone però anche sfide in ambito organizzativo. L’aumento della sopravvivenza richiede percorsi assistenziali sempre più multidisciplinari e un accesso uniforme all’innovazione sul territorio nazionale. Un aspetto particolarmente importante considerando che circa il 75% dei pazienti con NSCLC riceve ancora oggi una diagnosi in stadio avanzato.
Franco Marchetti