La malattia renale cronica interessa circa il 10% della popolazione adulta ed è spesso diagnosticata in fase avanzata. Il tema è stato al centro di Nephrovision 2026, in programma a Milano il 10 e l’11 aprile, dove è stato evidenziato come la diagnosi precoce e l’integrazione delle nuove terapie possano modificare il decorso della patologia.
Negli ultimi anni la gestione della CKD si è progressivamente spostata verso un modello integrato cardio-renale-metabolico, che coinvolge in modo diretto diabete, obesità e rischio cardiovascolare. In questo contesto, diverse classi farmacologiche stanno assumendo un ruolo complementare nella pratica clinica.
Gli inibitori del SGLT2, inizialmente sviluppati per il trattamento del diabete, hanno dimostrato un effetto protettivo su rene e sistema cardiovascolare indipendentemente dal controllo glicemico, diventando uno dei pilastri nella gestione dei pazienti con CKD e diabete. A questi si affiancano gli agonisti del recettore GLP-1 e i dual agonisti, con effetti sul controllo metabolico e sugli outcome cardiovascolari e, in prospettiva, renali.
Ulteriori opzioni includono gli antagonisti non steroidei del recettore dei mineralcorticoidi, attivi sui processi infiammatori e fibrotici, e gli inibitori di PCSK9 per il controllo della dislipidemia nei pazienti ad alto rischio.
“Oggi possiamo intervenire su più livelli del rischio cardio-renale-metabolico con terapie mirate e complementari”, ha dichiarato Mario Cozzolino, professore ordinario di Nefrologia all’Università degli Studi di Milano e co-responsabile scientifico dell’evento.
La diagnosi precoce resta il principale fattore in grado di modificare la progressione della malattia. Intervenire nelle fasi iniziali consente di rallentare il deterioramento della funzione renale e ritardare o evitare il ricorso alla dialisi, che rappresenta la fase più avanzata del percorso clinico.
In Italia si stimano tra 45.000 e 50.000 pazienti in trattamento dialitico cronico, con un costo annuo per il Servizio sanitario nazionale compreso tra 30.000 e 50.000 euro per paziente e una spesa complessiva superiore ai 2 miliardi di euro.
Accanto ai progressi terapeutici, permangono criticità legate alla diagnosi tardiva e all’integrazione dei percorsi assistenziali. “Serve una presa in carico più precoce e una maggiore integrazione tra ospedale e territorio”, ha sottolineato Giuseppe Castellano, professore associato di Nefrologia all’Università degli Studi di Milano.
Tra i fattori emergenti, l’intelligenza artificiale si sta affermando come strumento di supporto alla pratica clinica, con applicazioni nella stratificazione del rischio e nella predizione della progressione della malattia, con l’obiettivo di rendere la gestione sempre più personalizzata.