"Ridurre il rischio di recidiva fino ad azzerarlo è un obiettivo sempre più concreto". È questo il traguardo verso cui si sta muovendo oggi l’oncologia del seno, secondo Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-Polmonare dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli. Il punto di partenza resta una consapevolezza clinica consolidata: anche quando il tumore viene diagnosticato in fase iniziale, il rischio di recidiva non è mai completamente nullo. "Questo rischio è legato alla presenza di cellule tumorali che, pur in presenza di un piccolo nodulo, possono già essere disseminate nell’organismo", spiega in un’intervista a Sanità33. Cellule che non necessariamente evolveranno in una nuova malattia, ma che rappresentano un bersaglio fondamentale delle terapie adiuvanti.
Negli anni, proprio per agire su questo rischio, le strategie terapeutiche si sono progressivamente ampliate. "Abbiamo aggiunto nel tempo diversi trattamenti: dalla chemioterapia alle terapie ormonali di prima e seconda generazione, fino ai più recenti farmaci a bersaglio molecolare, che permettono di colpire in modo più selettivo le cellule tumorali residue", sottolinea l’oncologo. Parallelamente, è cambiato anche l’approccio alla scelta delle cure. Se in passato i trattamenti erano sostanzialmente uniformi, oggi la parola chiave è personalizzazione. "Fino a una ventina di anni fa, nelle forme ormonosensibili quasi tutte le pazienti ricevevano sia chemioterapia sia ormonoterapia. Oggi abbiamo superato questa fase", evidenzia De Laurentiis.
Un ruolo decisivo è svolto dai test genomici, che consentono di affinare la selezione delle pazienti. "Questi strumenti ci permettono di capire quando la chemioterapia è davvero necessaria e quando può essere evitata, evitando overtreatment soprattutto nelle donne che rispondono bene alla terapia endocrina", aggiunge. A completare questo percorso di evoluzione sono le nuove opzioni terapeutiche introdotte negli ultimi anni anche nel setting precoce. In particolare, gli inibitori delle chinasi ciclina-dipendenti (CDK4/6), utilizzati in associazione alla terapia endocrina, stanno contribuendo a ridurre ulteriormente il rischio di recidiva. "Si tratta di innovazioni molto recenti, che permettono una riduzione del rischio residuo di recidiva di circa il 30%", conclude De Laurentiis.