Se l'Italia è la popolazione più anziana d'Europa, anche la principale forza assistenziale del sistema sanitario presenta uno squilibrio anagrafico preoccupante. I monitoraggi della Fondazione Gimbe evidenziano che oltre il 50% degli infermieri italiani dipendenti del nostro Ssn supera i 50 anni. La fascia più numerosa è quella compresa tra i 51 e i 55 anni (18,2%), seguita dai 56-60 anni (16,14%), mentre una quota significativa ha già superato i 60 anni. Solo il 3,16% ha meno di 25 anni, dato che fotografa con chiarezza il vuoto generazionale. L’invecchiamento della popolazione italiana si riflette anche sul personale sanitario e, in particolare, sulla professione infermieristica. In una nota, il sindacato Nursing Up segnala che oltre la metà degli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale ha più di 50 anni, delineando un quadro che considera critico per la tenuta del sistema. Il contesto demografico, ricordato dall’organizzazione, vede l’Italia come il Paese più anziano dell’Unione europea: secondo dati Eurostat, l’età media ha raggiunto 49,1 anni e quasi un quarto della popolazione ha più di 65 anni.
Il confronto internazionale, basato su report dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, accentua le differenze: l’età media degli infermieri italiani si colloca intorno ai 56-57 anni, contro valori significativamente più bassi in altri Paesi europei. "Significa che l’Italia registra un divario anagrafico di circa 15 anni rispetto ai principali partner europei", osserva la sigla sindacale. Parallelamente cresce la domanda di assistenza legata alla diffusione delle patologie croniche e alla fragilità geriatrica. "L’invecchiamento della popolazione comporta un incremento strutturale delle patologie croniche… che richiedono monitoraggio continuo, assistenza territoriale e presa in carico stabile", sottolinea il Nursing Up, evidenziando che una quota rilevante degli over 65 convive con più malattie croniche e che la gestione della cronicità rappresenta ormai una parte prevalente dell’attività assistenziale. Il sindacato collega questo scenario alle condizioni del personale, segnalando ricadute su assenteismo e sostenibilità organizzativa. Sulla base delle elaborazioni condotte con dati del Conto annuale del Ministero dell'Economia e delle Finanze e analisi Gimbe, si stimano oltre 66mila pensionamenti tra il 2026 e il 2030, con circa 17mila uscite annue negli ultimi anni non compensate da nuove immissioni. "Se siamo la popolazione più anziana d’Europa — dichiara Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato — è evidente che abbiamo anche tra gli infermieri più anziani del continente. Questo è il vero doppio invecchiamento: aumentano i bisogni assistenziali, ma la forza lavoro si avvicina rapidamente alla pensione".
A peggiorare il quadro, secondo la sigla, contribuiscono la riduzione delle iscrizioni ai corsi di laurea in Infermieristica e l’emigrazione professionale. "La riduzione delle iscrizioni… e la fuga di professionisti verso l’estero aggravano ulteriormente il quadro", si legge nella nota, che segnala un calo delle domande e migliaia di partenze in un solo anno. Da qui l’appello conclusivo: "Senza un piano straordinario di assunzioni e una valorizzazione economica reale della professione, e un indispensabile ricambio generazionale oggi inesistente — conclude De Palma — il nostro Servizio sanitario nazionale rischia di trovarsi scoperto proprio nel momento di massima pressione demografica. Non è un problema teorico: è una questione di tenuta del sistema. I numeri non mentono".