Nonostante i progressi terapeutici registrati negli ultimi anni, la gestione delle maculopatie nella pratica clinica quotidiana continua a presentare aspetti che non emergono pienamente dagli studi clinici randomizzati. La distanza tra l’efficacia dimostrata nei trial e i risultati ottenuti nel mondo reale ha reso sempre più evidente la necessità di affiancare alle evidenze sperimentali una lettura basata sui dati di Real World Evidence (RWE) e sull’esperienza clinica maturata sul campo.
Sul tema si è svolto un confronto strutturato tra specialisti, le cui riflessioni sono raccolte nello slide deck “Il ruolo della Real World Evidence nella gestione delle maculopatie”, realizzato da Edra con il supporto non condizionante di Roche.
Il materiale è disponibile per il download su Doctor33 e restituisce in forma strutturata e sintetica i principali outcome emersi dalla discussione tra i membri del board.
I trial clinici randomizzati rappresentano il riferimento per la valutazione di efficacia e sicurezza dei trattamenti, ma presentano limiti quando si passa all’applicazione nella pratica clinica quotidiana. I criteri di inclusione selettivi, la rigidità dei protocolli e il monitoraggio intensivo non riflettono pienamente le condizioni reali dei centri e dei pazienti trattati.
La Real World Evidence consente di osservare ciò che accade nella routine clinica, intercettando fattori determinanti come l’aderenza terapeutica, la sostenibilità dei percorsi di cura, il burden organizzativo e l’impatto dei modelli assistenziali sugli outcome clinici. In questo senso, la RWE non si pone come alternativa ai trial, ma come strumento complementare, indispensabile per interpretare correttamente i risultati e orientare le decisioni cliniche e organizzative.
Dal confronto tra esperti è emersa una convergenza chiara: l’aderenza rappresenta il principale driver degli outcome real-world nelle maculopatie. Nella pratica clinica quotidiana, il basso numero di iniezioni, l’undertreatment e la perdita al follow-up sono fenomeni diffusi e hanno un impatto diretto e significativo sugli esiti funzionali e anatomici.
I dati osservazionali mostrano come, in assenza di continuità terapeutica, i benefici osservati negli studi clinici randomizzati risultino difficilmente replicabili. L’undertreatment non appare uniforme sul territorio e riflette prevalentemente fattori organizzativi più che scelte cliniche, con una marcata variabilità inter- e intra-regionale. I centri ad alto volume tendono a ottenere migliori risultati in termini di continuità assistenziale, mentre limiti di capacità operativa, logistica e gestione del follow-up condizionano l’erogazione delle cure in molti contesti.
L’appropriatezza terapeutica è stata discussa come un concetto complesso e multidimensionale, che non può essere ridotto al semplice conteggio delle iniezioni effettuate. Nella gestione real-world delle maculopatie, l’appropriatezza deve riflettere decisioni cliniche individualizzate, integrate con il contesto reale di cura.
La personalizzazione del trattamento, l’utilizzo combinato di parametri funzionali e anatomici e il ruolo dell’esperienza clinica nella scelta e nell’adattamento delle strategie terapeutiche sono elementi centrali. È emersa, tuttavia, l’assenza di indicatori di RWE standardizzati e condivisi per misurare in modo omogeneo l’appropriatezza nella pratica quotidiana, un limite che rende difficile il confronto tra esperienze e modelli organizzativi.
L’organizzazione dei centri è stata riconosciuta come un determinante clinico a tutti gli effetti, con un impatto diretto sulla continuità terapeutica e sugli outcome real-world. Capacità operativa, gestione dei flussi e disponibilità di setting adeguati influenzano l’accesso alle terapie e la sostenibilità dei percorsi assistenziali.
Le evidenze più recenti supportano la sicurezza della somministrazione intravitreale anche al di fuori della sala operatoria tradizionale, in ambienti dedicati e controllati, con potenziali benefici in termini di efficienza, riduzione dei tempi di attesa e ottimizzazione delle risorse. In questo scenario, l’organizzazione può essere considerata una vera e propria “terapia invisibile”, necessaria per permettere ai trattamenti di esprimere il loro valore nel real-world.
La RWE sui trattamenti storici ha fornito indicazioni rilevanti per comprendere i limiti della gestione reale delle maculopatie. I benefici iniziali osservati nelle fasi precoci di trattamento tendono a ridursi nel tempo non per inefficacia dei farmaci, ma per difficoltà nel mantenere la continuità terapeutica.
In questo contesto, la durabilità del trattamento emerge come una variabile strategica, con ricadute cliniche, organizzative e di sostenibilità. Regimi terapeutici innovativi in grado di mantenere nel tempo il controllo di malattia con intervalli di somministrazione piú ampi, possono ridurre il burden per pazienti e caregiver, migliorare l’aderenza e aumentare la capacità operativa dei centri, contribuendo a una gestione più efficiente dei pazienti e delle risorse. La Real World Evidence svolge un ruolo chiave anche nella valutazione delle nuove opzioni terapeutiche, consentendo di tradurre le caratteristiche dei trattamenti in benefici concreti nella pratica clinica quotidiana.
La personalizzazione dei percorsi di cura è stata indicata come uno degli ambiti a maggior valore aggiunto della RWE. La risposta precoce al trattamento è stata riconosciuta come un indicatore predittivo pragmatico, utile per orientare le decisioni terapeutiche e adattare i regimi in base alla risposta reale del paziente.
L’integrazione di biomarker e dati osservazionali consente di superare approcci rigidi, favorendo strategie flessibili, particolarmente rilevanti per pazienti fragili o a rischio di drop-out. In questo scenario, la RWE diventa uno strumento operativo per supportare decisioni personalizzate e sostenibili nel tempo.
Le evidenze di Real World Evidence già disponibili nelle maculopatie forniscono indicazioni concrete su criticità e leve di intervento che non emergono dagli studi clinici randomizzati. Aderenza, organizzazione dei centri e durabilità dei trattamenti si confermano fattori centrali nel determinare gli outcome osservati nella pratica clinica quotidiana.
La RWE si configura come una leva decisionale indispensabile per clinici e sistema, con implicazioni che riguardano la pratica clinica, l’organizzazione dei servizi e la governance sanitaria. Per amplificarne l’impatto, emerge la necessità di dati più strutturati, metriche condivise e analisi longitudinali in grado di integrare dimensioni cliniche, organizzative e patient-centered.
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Il confronto ha coinvolto:
– Alessandro Arrigo, IRCCS San Raffaele, Milano
– Enrico Borrelli, Università di Torino
– Pasquale Viggiano, Università di Bari “Aldo Moro” – Policlinico di Bari
– Maria Cristina Savastano, Policlinico Universitario A. Gemelli, Roma
– Daniela Bacherini, Università degli Studi di Firenze