Il rientro post-maternità rappresenta una fase particolarmente critica per le infermiere, soprattutto nei reparti di emergenza-urgenza, terapie intensive e rianimazioni, dove le carenze di personale arrivano fino al 20-30%. È quanto segnala il sindacato Nursing Up in un comunicato.
Secondo il sindacato, le tutele normative previste per le lavoratrici madri sono presenti, ma la loro applicazione risulta disomogenea e fortemente condizionata dalla tenuta degli organici. In molti contesti ad alta intensità assistenziale, la riduzione del personale rende difficile la gestione dei turni e l’organizzazione dei rientri graduali dopo il congedo di maternità.
Il quadro è coerente con quanto emerge dalla letteratura scientifica internazionale. Una revisione pubblicata su BMC Nursing indica il rientro al lavoro dopo la maternità come una fase associata a maggiori difficoltà nella conciliazione tra lavoro e vita familiare, con aumento del rischio di riduzione dell’orario o di abbandono professionale. Evidenze analoghe sono riportate anche da uno studio pubblicato su Women’s Studies International Forum, che documenta criticità persistenti nella gestione dei carichi assistenziali ad alta intensità dopo la maternità.
Stime sindacali, in linea con dati europei, indicano che circa il 40% delle infermiere segnala difficoltà concrete al rientro post-maternità, in particolare nella gestione dei turni. Le problematiche non si esauriscono con la fine del periodo protetto: oltre il 65% delle infermiere con figli in età scolare riferisce difficoltà persistenti nella gestione di notti e festivi, una volta cessate le tutele specifiche.
«Le infermiere madri non vengono mandate allo sbaraglio. Le tutele esistono, dall’allattamento all’esonero dalle notti fino ai tre anni del bambino», afferma Antonio De Palma, presidente nazionale Nursing Up. «Il nodo nasce quando questi diritti si innestano su reparti con organici ridotti all’osso».
Il comunicato evidenzia inoltre forti differenze territoriali. In alcune regioni del Centro-Nord, come Emilia-Romagna, Toscana e Trentino-Alto Adige, una maggiore dotazione di personale consente percorsi di rientro più graduali. In altre aree, caratterizzate da carenze più marcate, le stesse tutele risultano difficili da applicare con continuità.
Nel confronto europeo, Nursing Up sottolinea come l’Italia resti indietro sul piano della programmazione. Il numero di infermieri è pari a circa 6,3 ogni 1.000 abitanti, contro una media UE superiore a 8. In Paesi come Germania, Belgio e Olanda, alle tutele di maternità si affiancano meccanismi strutturati di sostituzione, che riducono l’impatto delle assenze sugli organici.
«In Europa la maternità è un dato strutturale della gestione del personale. In Italia è ancora trattata come un’eccezione», conclude De Palma. «Senza piani di assunzione e turnover stabili, il rischio è perdere professioniste esperte e indebolire ulteriormente il sistema sanitario».