Su 1.723 Case della Comunità programmate dalle Regioni, soltanto 46 risultano oggi operative con la presenza di medici e infermieri, mentre 660 hanno almeno un servizio attivo e 172 hanno completato l’attivazione di tutti i servizi obbligatori. I dati emergono dal monitoraggio di Agenas, riferito a settembre, e sono stati rilanciati dal Corriere della Sera. La scadenza per l’utilizzo dei fondi del Pnrr, pari a circa 2 miliardi di euro, è fissata a giugno 2026.
Le risorse sono destinate alla realizzazione di strutture di prossimità in grado di offrire servizi assistenziali, presa in carico e integrazione tra sanità e sociale. Secondo quanto riportato dal quotidiano, l’avanzamento procede soprattutto sul piano edilizio e infrastrutturale, mentre l’attivazione dei servizi e dei modelli organizzativi risulta più lenta.
Maurizio Bonati, già direttore del Dipartimento di Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri, sottolinea che la normativa del 2020 ha posto le basi per un modello centrato sulla comunità e sulla prevenzione, ma che l’attuazione resta incompleta. «Si guarda solo alla creazione di poliambulatori, peraltro già esistenti, che possono essere ottimizzati in termini di funzionalità, ma senza individuare i veri problemi della comunità», osserva.
Un ulteriore elemento critico riguarda il personale. La carenza di medici, compresi i medici di famiglia, e di infermieri di comunità limita la possibilità di rendere operative le strutture, con il rischio che restino contenitori senza un reale cambiamento dell’offerta assistenziale.
L’articolo evidenzia anche uno squilibrio tra dimensione sanitaria e dimensione sociale del progetto. Gli esperti e le realtà della società civile riunite nell’Alleanza delle Case della Comunità segnalano una scarsa attenzione ai bisogni sociali e alle disuguaglianze territoriali, che incidono sull’accesso alle cure.
Il tema del coinvolgimento del Terzo settore è stato richiamato anche in un evento pubblico dal giudice della Corte costituzionale Luca Antonini, che ha sottolineato come, nonostante gli investimenti del Pnrr, il contributo delle realtà non profit resti limitato dal punto di vista dell’assistenza territoriale.
Secondo Franco Riboldi, coordinatore dell’Alleanza delle Case della Comunità, occorre chiarire se le nuove strutture stiano nascendo come strumenti di integrazione dei servizi o come semplici punti di erogazione di prestazioni sanitarie. Il rischio, osserva, è che vengano introdotte nuove insegne sugli ambulatori senza modificare in modo sostanziale l’organizzazione dei servizi.
Infine per Arnaldo Conforti, direttore del Centro di servizi per il volontariato Emilia, il Terzo settore deve essere riconosciuto come parte integrante del sistema territoriale e come motore di produzione di salute, a condizione che sia pienamente coinvolto nei processi decisionali.