«Le domande postate online dal Ministero dell’Università, quelle da cui verranno tratti i quiz del test di medicina di quest’anno, sono follia pura e bene farebbero i giovani neodiplomati a scendere in piazza perché non è chiedendo l’ora a un orologio che va all’incontrario che si seleziona un medico». Quella “stigmatizzata” da Francesco Fedele, Presidente Istituto Nazionale di Ricerche Cardiovascolari e tra i principali critici dell’attuale criterio di selezione, è tuttavia una delle possibili 60 domande cui gli aspiranti medici il 28 maggio saranno chiamati a rispondere. «Che c’entra il malato con questi test? O con i quesiti su derivate ed integrali che avvantaggiano i soli diplomati del liceo scientifico a scapito dei colleghi del classico, che pure prepara a sintetizzare programmi ampi come Medicina? Ma la cosa più grave è che in nome di questa “selezione” un liceale debba spendere tanto tempo e talora rovinarsi il voto di maturità. Per fortuna sarà l’ultima volta». In effetti, la Commissione Istruzione del Senato ha approvato all’unanimità il testo di una legge delega. Ma la legge sarà attuabile entro il 2025. Tra i decreti legislativi alternativi presentati dalle forze politiche, Fedele sostiene il 915 che prevede un semestre comune ad aspiranti medici, dentisti, veterinari, biologi ed altri professionisti sanitari. «Realizza una selezione migliore dell’attuale senza aprire Medicina a tutti. Oggi chi supera il test si iscrive e non lo ferma più nessuno. Il risultato è che, alle cliniche, noi docenti vediamo, accanto a giovani tagliati per la professione, altri che non esercitano il ragionamento clinico o non hanno un’idea definita di ciò che andranno a fare. Dal 2025, mi augurerei, avremo una selezione post-accesso con più passaggi dove testare la “vocazione”: la frequenza e il superamento di tre esami di anatomia, biologia, fisica più il test, che elimina le variabili legate ai metri di giudizio nelle varie sedi, a patto non sia come l’attuale ma mirato sulla preparazione fatta fino a quel punto. In proposito avevo suggerito di inserire un quarto esame – metodologia clinica – per attrarre i giovani alla logica investigativa. Allo studente non va consegnato un “Bignami” per ogni materia. Piuttosto, il docente insegna come strutturare conoscenze perché riemergano di fronte ad un caso pratico». Fedele lega all’attuale percorso di studi un certo disincanto tra gli studenti. «Rispetto agli anni Settanta-Ottanta, gli stimoli e i crediti formativi da maturare sono tanti, ma la passione non saprei. Tra le specialità, vedo che si tralasciano quelle comportanti impegno nel Servizio sanitario nazionale. Il laureando si proietta su una visione di medicina fatta di nozioni, di responsabilità (quindi di premi assicurativi da pagare) e dell’aspettativa di un compenso adeguato». Qualcuno teme che l’iscrizione di 60 mila aspiranti medici al semestre comune intralci le lezioni universitarie. «Non sarà un problema. A parte alcuni passaggi di Anatomia, le tre materie possono essere insegnate a distanza, come si è fatto in pandemia e come si può fare per tutte le lezioni dei primi tre anni, mentre andrebbero insegnate in presenza dal 4° anno le materie che prevedono il contatto con il malato».
Con il test a suo tempo fu critico Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS. Ma la sua idea oggi è diversa: più che abolire il “concorsone”, farebbe poche modifiche mirate al corso di studi di Medicina. «Quando intervenni sul Corriere della Sera, rispetto ad alcuni quiz ne avrei suggeriti altri più adatti ad esplorare le capacità del futuro medico di stare vicino al paziente. Oggi devo dare atto che doversi preparare ad una prova così impegnativa ha dato origine a giovani medici fortissimi e appassionati, che non si tirano indietro di fronte ad incarichi impegnativi. Di recente nel mio ospedale è stato fatto un concorso per un ruolo delicato: si sono presentati in 32 ed è stato difficile fare una scelta perché erano tutti oltre le aspettative». Quindi, il test apre la strada a camici competitivi. «Vogliamo giocare al ribasso per evitare ricorsi che non mancheranno mai, o preferiamo avere medici sempre più bravi, come sta avvenendo? Se poi parliamo di dialogo con il malato – dice Remuzzi– non è all’università che si impara ma negli anni di pratica in ospedale. O meglio, in un luogo che deve essere di insegnamento, di ricerca, capace di valorizzare i giovani, di dargli ruoli di responsabilità come oggi avviene in Svizzera o in Francia». Quanto al corso di laurea, «servirebbe un gruppo di esperti in grado di portare ad immatricolarsi tanti studenti quanti sono i laureati che 5 anni dopo serviranno al SSN. E bisognerebbe appunto cambiare la durata, 5 anni e non più 6. I giovani universitari hanno più chance di apprendere, a partire dai mezzi digitali e dalle lezioni online dei migliori atenei e professori al mondo. Negli Usa si afferma che ormai le lezioni frontali non servono più: si studia al pc e ci si confronta con i docenti. I governi dovrebbero poi far sì che ad ogni laureato corrisponda uno specialista nelle discipline più importanti per il SSN: Microbiologia, Medicina d’Urgenza, Patologia clinica, Neurologia, Traumatologia, Ostetricia. Il laureato dovrebbe iniziare a lavorare nel post-laurea, con un contratto iniziale a tempo determinato che, una volta specialista, diverrà a tempo indeterminato. Una cosa oggi fattibile: la nuova legge 56/2024, di conversione del decreto-legge PNRR, consente di impiegare specializzandi a fini assistenziali già al 2° anno. C’è però bisogno di medici tutor di esperienza, capaci di valorizzare i giovani nei loro anni migliori. E magari – sottolinea Remuzzi– in grado di imparare dal collega le novità digitali o anche come si accede a nuove fonti di informazione. Infine, occorre entrare nell’idea di apprendere in team. Non si deve dire “questo è da medico e quest’altro da infermiere”: ciascuna delle due figure è fondamentale nell’intero percorso di crescita dell’altra».