Professione medica
22/05/2022

Innovazione, Pnrr occasione da non sprecare. Il web talk di Sanità33

«Se parliamo di Pnrr sono tre i bandi che riguardano gli Irccs, uno del ministero dell'Università e due del ministero della Salute. Si tratta certo di una grande opportunità di cambiamento ma volendo partecipare a questi bandi ci siamo resi conto che sono poco coordinati tra di loro e anzi tra di essi ci sono numerose sovrapposizioni».

Il commento, agrodolce, è di Giovanni Apolone, direttore scientifico dell'Istituto dei tumori di Milano, nel corso del secondo webinar organizzato da Sanità33 sui temi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che destina 11 miliardi all'innovazione in sanità. Apolone parla della lunghezza e della complessità in particolare di uno dei bandi, sottolineando la necessità di una semplificazione burocratica generale: «Sono ancora molti i lacci e lacciuoli che rallentano la nostra attività, e riguardano anche il Pnrr. Per non parlare delle questioni legate alla privacy in merito ai dati sanitari, che non possono essere utilizzati ai fini di ricerca e nemmeno scambiati con altri istituti». Sono 52, tra quelli pubblici e quelli privati, gli Istituti di ricoveri e cura a carattere scientifico italiani. Dovrebbero essere tutte struttura di eccellenza ma in realtà, fa notare Apolone, molte sono le eterogeneità tra di essi, e la stessa distribuzione sul territorio nazionale non è omogenea.

Cicchetti(Altems): il primo cambiamento è culturale
«Le vere trasformazioni avvengono non grazie alle riforme ma ai cambiamenti culturali, che spesso non ci sono. In questa ottica è fondamentale creare un nuovo management ai vertici delle aziende sanitarie, puntando anche a nuovi modelli di leadership: spirito imprenditoriale, coraggio, autonomia nelle scelte, capacità di cogliere le opportunità, comprendendo che la crisi è ormai diventata quasi normalità e con essa dobbiamo avere a che fare». Il direttore dell'Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitaridella Cattolica di Roma Americo Cicchettinon nega che le risorse stanziate dal Pnrr per il rilancio del Servizio sanitario nazionale siano importanti, semmai nutre qualche dubbio sulla operatività dei progetti. Per esempio, sono previste dal Piano 1.350 Case della comunità ma la loro creazione come varierà da Regione a Regione? «Il Dm 71? punta molto sui modelli organizzativi e sulle strutture, mentre manca del tutto una visione del processo. La ragione? Forse per non causare fin dall'inizio diatribe tra le Regioni». Un'assenza voluta, insomma.

Pinto (Ficog): la necessità di fare rete
«Possiamo fare due scelte, accontentarci dell'esistente oppure cercare di cambiare il Ssn. La Missione 6 del Pnrr prevede risorse notevoli ma non esageriamo considerandole enormi». Carmine Pinto, presidente dellaFederation of Italian cooperative oncology groups, non vuole certosminuire la portata del Piano ma ribadire che l'innovazione in sanità implica numerosi livelli di intervento. D'accordo con Cicchetti sostiene che il management in sanità è oggi livellato verso il basso ma, soprattutto, «non si è acquisita la capacità di "fare rete". Le stesse reti oncologiche, che sono il mio ambito, procedono al rallentatore». Quanto alle cure di prossimità, «territorio e telemedicina non risolvono tutto. Si parla di creare case e ospedali di comunità: che servizi diamo all'interno di essi e con che qualità? Non tutto può passare dall'ospedale al territorio, anche se in molte Regioni italiane i posti letto sono sottodimensionati, inferiori alle necessità. Una sanità di serie A, in ospedale, e di serie B, sul territorio? Un rischio che esiste e che bisogna a tutti i costi evitare». Infine, un cenno al sistema dei Drg, sul quale da anni si regge l'assistenza ospedaliera: va cambiato.

Polifrone (Aifa): impiegare bene le risorse, diversamente dal passato
«Siamo ancora all'inizio, i soldi ci sono sempre stati bisogna capire come sono stati spesi nell'ambito dell'Information technology. Non bene. Già nel 1990 una normativa parlava di telematica in sanità, ma una vera semplificazione non c'è mai stata nella Pubblica amministrazione, che tuttora è coinvolta in 160.000 leggi». Quella diGianluca Polifronenon è una provocazione ma la sintesi sullo stato dell'arte di un profondo conoscitore della Pa italiana: vi ha lavorato per molto tempo, occupandosi tra le altre cose di digitalizzazione e scrivendone in alcuni libri editi negli ultimi anni. I punti dolenti non sono pochi: «Il Ssn è una infrastruttura non omogenea su tutto il territorio nazionale. Va ricordato, inoltre, che la riforma del Titolo V della Costituzione non doveva regionalizzare la sanità, semmai delegare la cura del paziente alle autorità locali. Ma si è andati be oltre». Con il risultato di grandi divari regionali in materia di assistenza, come dimostra la diversa applicazione sul territorio del Fascicolo sanitario elettronico.
Per non parlare del sistema Tessera sanitaria, anch'esso molto disomogeneo: «Perché non fare confluire tutti i dati sulla carta di identità elettronica? Serve un sistema unico di identificazione. È lo Stato che deve avere in mano le redini dell'infrastruttura digitale. Non si rendono conto i ministeri che stipulano accordi con Google che regalano, in pratica, tutti i nostri dati agli americani? Stesso discorso per le ormai innumerevoli App sanitarie. Il pubblico non ce la farà mai a competere con il privato, e allora occorre regolare il mercato: bisogna creare un albo qualificato di quelle che interagiscono con il Ssn. Perché aderiscano a delle precondizioni e ne sia periodicamente valutato l'operato».
Tra le molte altre cose da cambiare, il sistema dei concorsi pubblici: «Basta fare l'esatto opposto di ciò che si fa ora», conclude Polifrone.

Giuseppe Tandoi

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