La fibrillazione atriale è un disturbo del ritmo degli atri, frequente dopo i cinquant’anni e talvolta asintomatico, che può manifestarsi con irregolarità del polso, palpitazioni o affanno e richiede gestione farmacologica, prevenzione del rischio tromboembolico e, in molti casi selezionati, interventi di ablazione transcatetere. In questa intervista, il professor Angelo Auricchio, Chief Medical Officer, Rhythm Solutions, Boston Scientific EMEA, illustra le principali forme cliniche, l’uso dei farmaci e degli anticoagulanti e le diverse soluzioni interventistiche, dalla radiofrequenza alla crioablazione fino all’elettroporazione (PFA).
Auricchio definisce la fibrillazione atriale come un’alterazione del ritmo cardiaco nella porzione atriale, più comune negli uomini e con presentazioni variabili: dal polso irregolare percepito dal paziente, alle palpitazioni, fino alla dispnea sotto sforzo. Alcuni casi restano completamente asintomatici.
Le opzioni farmacologiche hanno l’obiettivo di controllare la frequenza o ripristinare il ritmo. Tra i limiti, la perdita di efficacia nel tempo e gli effetti collaterali che possono portare alla sospensione. La gestione richiede inoltre l’associazione con anticoagulanti orali per ridurre il rischio di eventi tromboembolici cerebrali e sistemici.
Le terapie non farmacologiche si basano sull’ablazione transcatetere, che elimina i focolai responsabili dell’aritmia. Con radiofrequenza e crioablazione l’energia agisce attraverso calore o freddo per creare lesioni mirate. L’approccio è indicato soprattutto nelle forme parossistiche o nei pazienti riportati in ritmo attraverso cardioversione.
Auricchio evidenzia anche l’elettroporazione (PFA), introdotta da Boston Scientific, che utilizza impulsi elettrici ad alto voltaggio per colpire selettivamente le cellule responsabili dell’aritmia. La selettività tissutale, secondo il professore, consente di preservare strutture come esofago e nervo frenico e garantire risultati consistenti nel tempo.
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