Il Palacongressi di Rimini ospita, dal 22 al 26 novembre, il 36° congresso nazionale dell’Associazione italiana di radioterapia e oncologia clinica (Airo): al centro dei lavori la “Radio-oncologia: l’evoluzione continua, per tutti”.
In Italia il 60% dei pazienti oncologici necessita di radioterapia, un trattamento a cui, secondo stime internazionali, è riconducibile il 40% delle guarigioni da tumore. Dalle prime applicazioni cliniche a oggi, la disciplina ha conosciuto una profonda evoluzione: non solo nella cura della malattia ma anche nella gestione delle recidive e nel controllo dei sintomi e del dolore.
“Dobbiamo andare oltre la visione della radioterapia come semplice tecnica di erogazione delle radiazioni. Oggi possiamo considerarla, a tutti gli effetti, un farmaco di precisione: non basta indirizzare il fascio sul bersaglio anatomico, la radiazione va prescritta tenendo conto delle caratteristiche biologiche del tumore, del suo microambiente e della risposta individuale del paziente”, sottolinea il presidente di Airo Stefano Pergolizzi, ordinario di Radioterapia oncologica e direttore della Scuola di specializzazione in Radioterapia dell’Università di Messina. “Se la radiazione è un farmaco, allora la dose diventa dosaggio, il frazionamento uno schema terapeutico e il volume bersaglio una selezione accurata del target biologico, all’interno di un processo decisionale necessariamente condiviso e multidisciplinare. La radioterapia non è un’alternativa alle altre terapie: è parte di un’unica strategia di cura”.
Ricorda Stefano Magrini, professore emerito di Radioterapia all’Università di Brescia, che le guarigioni a cinque anni di pazienti con tumore alla prostata trattati con radioterapia tocca il 95% e alte percentuali di guarigione sono attribuibili anche a pazienti con tumori del distretto testa-collo e linfoma non Hodgkin; nel tumore della mammella, dopo l’intervento chirurgico, riduce il rischio di recidiva e contribuisce a migliorare la sopravvivenza a lungo termine. Si tratta molto spesso di una valida alternativa ai trattamenti chirurgici. “Il radio-oncologo è una figura clinica ibrida”, spiega Magrini, “perché integra competenze mediche e conoscenze tecnologiche avanzate. Non si limita a stabilire dove e come irradiare un tumore: valuta le caratteristiche della malattia, le condizioni del paziente, le immagini diagnostiche e le possibilità offerte dalle tecnologie più innovative, per definire il trattamento più appropriato. Lavora in stretta sinergia con gli altri specialisti e con i professionisti della fisica medica, traducendo le informazioni cliniche e diagnostiche in un piano terapeutico altamente personalizzato”.
Molto importante la disciplina anche nell’ambito delle cure palliative, aggiunge Pierluigi Bonomo, dirigente medico SOD Radioterapia Oncologica all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze, e presidente eletto Airo. La radioterapia stereotassica nei pazienti oligometastatici, per esempio, rappresenta una nuova frontiera per la professione: tecnica di grande precisone che prevede un’alta concentrazione di radiazioni su bersagli piccoli e ben definiti.
A oggi sono 1.500 i radioncologi in Italia, pochi per le necessità assistenziali che si riscontrano sul territorio. Una carenza di personale, concordano gli specialisti, dovuta anche a una errata pianificazione, negli anni, degli ingressi nelle scuole di specializzazione. Quanto invece alla spesa sanitaria in ambito oncologico, solo il 5% è riconducibile alla radioterapia, mentre il 10% riguarda la chirurgia: il restante 85% è addebitabile ai farmaci.
Riguardo alle tecnologie disponibili, quella con fotoni è la più diffusa, mentre quella a base di protoni, la più avanzata, richiede macchinari particolarmente costosi ed è disponibile solo in alcune strutture della Lombardia e del Trentino-Alto Adige.
“La sfida per la radioterapia del futuro non è soltanto disporre di tecnologie sempre più avanzate per colpire il tumore con maggiore precisione”, sottolinea Liliana Belgioia, associata di Radioterapia Università degli Studi di Genova, “ma comprendere a fondo come le radiazioni interagiscono con la biologia tumorale, il microambiente e il sistema immunitario. La nostra disciplina parte dalla conoscenza dei meccanismi biologici della malattia per tradurli in strategie di cura sempre più efficaci e personalizzate. Le nuove modalità di irradiazione potranno esprimere appieno il loro potenziale attraverso una sempre maggiore integrazione con immunoterapia, chemioterapia e le altre opzioni disponibili, all’interno di percorsi multidisciplinari costruiti sulle caratteristiche del singolo paziente”.