Il 90% dei pazienti senza metastasi a distanza a 30 mesi e una riduzione del 42% del rischio di recidiva o morte: sono i risultati che fanno del vaccino personalizzato a mRNA una delle novità più rilevanti per il trattamento del melanoma ad alto rischio dopo l’intervento chirurgico. Ma quanto questi dati avvicinano davvero alla guarigione? Lo abbiamo chiesto a Paolo Ascierto, professore ordinario all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma, incontrato a Madrid in occasione del congresso della Società europea di oncologia medica (ESMO), dove sono stati presentati i risultati dello studio di fase 3 INTerpath-001, pubblicati sul New England Journal of Medicine. "Il dato più importante è sicuramente quello della sopravvivenza libera da metastasi a distanza", ha dichiarato Ascierto a Doctor33, sottolineando però che per valutare l’impatto sulla sopravvivenza globale serviranno ancora "perlomeno altri 2-3 anni".
Lo studio ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma cutaneo ad alto rischio, sottoposti a resezione completa del tumore, e ha valutato la combinazione di intismeran autogene, un vaccino personalizzato a mRNA, con pembrolizumab, un farmaco immunoterapico. Oltre alla riduzione del 42% del rischio di recidiva o morte, i dati mostrano un calo del 38% del rischio di metastasi a distanza. Per Ascierto, è proprio quest’ultimo risultato a rivestire il maggiore significato clinico. "È un endpoint molto vicino alla sopravvivenza, perché misura il tempo che trascorre prima della comparsa di metastasi a distanza", spiega. Anche la riduzione delle recidive è rilevante, perché "la relapse-free survival è un endpoint importante: la recidiva impatta sulla qualità della vita del paziente". Il dato sulla sopravvivenza globale, tuttavia, non è ancora maturo e serviranno ulteriori osservazioni per capire se il vantaggio si tradurrà in un beneficio nel lungo periodo.
Dai risultati clinici alla pratica quotidiana, il passaggio non sarà automatico. Il vaccino viene realizzato sulla base delle caratteristiche molecolari del singolo tumore e richiede una filiera che coinvolge anatomia patologica, sequenziamento e produzione personalizzata. "È una filiera importante, che va dall’anatomo-patologo al laboratorio e poi deve riportare il vaccino al paziente: è su questo che bisogna lavorare", osserva Ascierto. Un possibile sviluppo riguarda l’aumento dei siti produttivi, sulla scia di quanto avvenuto per le terapie CAR-T. "Il vero problema, dal mio punto di vista, sarà quello del costo", avverte l’oncologo. Per garantire accessibilità e sostenibilità servirà quindi un confronto tra aziende, governi e mondo accademico.
Nel bilancio del congresso, Ascierto richiama anche i risultati sul microcitoma, il carcinoma polmonare a piccole cellule, una patologia in cui restano importanti bisogni terapeutici insoddisfatti. "È uno di quei tumori in cui manca ancora qualcosa che possa realmente cambiare la storia della malattia", sottolinea, evidenziando le prospettive aperte dai dati presentati a Madrid. Un altro elemento riguarda il peso crescente dell’Asia nella ricerca oncologica. "Hanno aziende che producono farmaci in continuazione, la capacità di fare sperimentazioni in sei mesi e tanti pazienti", osserva Ascierto. Da qui la necessità di rafforzare le collaborazioni internazionali: "Credo sia necessario collaborare ormai con l’Asia in particolare".
Anna Capasso