Al Congresso SINuC, gli esperti richiamano il ruolo della
nutrizione clinica e dell'attività fisica nella prevenzione della perdita
muscolare e della disabilità negli anziani
I numeri del processo di invecchiamento in Italia fotografano una trasformazione rapida: gli over 65 sono oggi il 24,7% della popolazione (Istat). La soglia anagrafica però non basta più a definire l’ingresso nella vecchiaia. Nel 1960 arrivava ai 65 anni il 68% degli uomini e il 79% delle donne; nel 2018 le percentuali erano salite rispettivamente al 90% e al 94%. Si vive più a lungo e sempre più spesso si arriva in età avanzata mantenendo autonomia, relazioni e prestazioni fisiche e cognitive un tempo tipiche di persone molto più giovani. È il fenomeno del counter-ageing, lo “svecchiamento” della popolazione.
Non è però un processo automatico: dipende dalla capacità dei sistemi sanitari di trasformare gli anni guadagnati in anni vissuti in salute. È quanto emerso dal Congresso nazionale della Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo (SINuC).
Lo studio H70 dell’Università di Göteborg ha mostrato che i settantenni esaminati nel 2000 ottenevano risultati migliori nei test cognitivi rispetto ai coetanei esaminati nel 1971, verosimilmente per effetto di una maggiore istruzione e di cure più efficaci. L’attenzione clinica si sposta così dall’età cronologica alla capacità funzionale: muoversi, adattarsi agli stress, mantenere relazioni e convivere con le malattie croniche senza perdere indipendenza.
È qui che entra in gioco la salute muscolare. “Il muscolo non significa soltanto movimento, ma è un tessuto metabolicamente ed endocrinologicamente attivo, che dialoga con fegato, cuore, cervello e sistema immunitario”, sottolinea il prof. Maurizio Muscaritoli, presidente SINuC. “Proteggerlo con nutrizione clinica di precisione e movimento significa preservare metabolismo, resilienza e indipendenza. Una diagnosi di malattia cronica non deve coincidere con un inevitabile declino funzionale”.
Con l’avanzare dell’età, il muscolo si impoverisce progressivamente: dopo i 60 anni la massa muscolare può ridursi fino al 2,3% l’anno e la forza fino all’1,5%. La sarcopenia, riconosciuta come malattia nel 2016, colpisce tra il 10% e il 27% delle persone over 60. Al centro del Congresso di Parma c’è però stata una dimensione più ampia: la disfunzione sarcometabolica, che descrive un muscolo che non solo si riduce di volume, ma perde la propria funzione di centrale metabolica ed endocrina. Calano la capacità di utilizzare il glucosio, la disponibilità di aminoacidi e la segnalazione delle miochine; crescono insulino-resistenza, infiammazione cronica e vulnerabilità alle malattie. Un circolo vizioso in cui diabete, obesità e patologie cardiovascolari, epatiche, renali e infiammatorie possono a loro volta accelerare il deterioramento muscolare.
La ricaduta pratica è diretta: “Intervenire presto è decisivo: attendere che malnutrizione e perdita muscolare diventino evidenti significa agire quando fragilità, cadute, disabilità e complicanze sono già più probabili”, conclude Muscaritoli. “Screening nutrizionali e funzionali dovrebbero quindi entrare stabilmente nei percorsi assistenziali della persona anziana e del paziente cronico”.