Il Ministero dell’Interno sta rivedendo le regole sulle valutazioni sanitarie per l’ammissione nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Tra le possibilità esaminate dal Viminale c’è quella di affidare gli accertamenti a medici militari o delle forze di polizia al posto dei medici civili che attualmente verificano la compatibilità delle condizioni di salute con il trattenimento. Lo riporta il Corriere della Sera, nel quadro degli sviluppi dell’inchiesta della Procura di Ravenna sui presunti falsi certificati di incompatibilità con la permanenza nei Cpr.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha confermato che gli uffici del Viminale stanno lavorando alla revisione delle procedure. «A breve – ha scritto in una lettera al direttore de La Verità – ci sarà un risultato che dovrà reggere alla prova dei fatti e dei tribunali». Il ministro ha richiamato le vicende di Ravenna e altre decisioni giudiziarie, sottolineando la necessità di considerare anche gli obblighi derivanti dalla legislazione italiana, dal diritto europeo e dalle convenzioni internazionali.
La visita preventiva per l’accesso ai Cpr è prevista dalla direttiva del Ministero dell’Interno del 2022. L’accertamento, effettuato di norma da un medico dell’Asl o dell’azienda ospedaliera su richiesta del questore, è diretto a verificare l’assenza di condizioni incompatibili con l’ingresso e la permanenza nella struttura.
Piantedosi ha precisato che l’obiettivo non è eliminare la tutela sanitaria. Il Viminale, ha spiegato, sta cercando una soluzione che permetta alle verifiche sanitarie e alla tutela della salute di svolgersi «con puntualità ed affidabilità», evitando al tempo stesso che possano essere utilizzate per ostacolare l'esecuzione dei rimpatri.
La revisione arriva dopo l’inchiesta della Procura di Ravenna sulle presunte false certificazioni di incompatibilità con il trattenimento. A settembre gli accertamenti si erano estesi a oltre venti professionisti in diverse città italiane, per la maggior parte non indagati. Doctor33 aveva riportato in quell’occasione la posizione della FNOMCeO, che aveva chiesto di distinguere la certificazione sanitaria dalla decisione sul trattenimento e di tutelare l’autonomia del giudizio clinico.
Il presidente FNOMCeO Filippo Anelli aveva precisato che l’eventuale falsificazione di una certificazione, se accertata, costituisce una condotta grave, ma aveva anche ribadito che «i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza» e che il giudizio clinico deve rimanere distinto dalle decisioni relative alla sicurezza pubblica.