La cardiopatia ischemica rimane la principale causa di morte nel mondo. Mentre nei Paesi ad alto reddito la mortalità è in calo, in quelli a basso e medio reddito resta stabile, con un numero crescente di persone che convivono con la malattia e necessitano di supporto per gestire sintomi e prognosi. In questo scenario, la riabilitazione cardiaca basata sull’esercizio fisico si conferma un intervento chiave per migliorare gli esiti clinici.
Un’ampia revisione sistematica Cochrane, aggiornata nel 2026, ha analizzato 107 trial randomizzati che hanno coinvolto 26.886 adulti con coronaropatia, confrontando programmi di esercizio strutturato con l’assenza di attività fisica programmata. La popolazione era composta soprattutto da pazienti post infarto o post rivascolarizzazione, con età media compresa tra 47 e 81 anni. Nonostante la maggior parte degli studi includesse donne, queste rappresentavano solo il 17% dei partecipanti. La ricerca ha coinvolto prevalentemente Paesi ad alto reddito, ma un numero crescente di studi è stato condotto anche in contesti a risorse limitate, ampliando la generalizzabilità dei risultati.
Nel follow up a breve termine (6 12 mesi), la riabilitazione cardiaca ha mostrato una probabile riduzione della mortalità per tutte le cause e una possibile riduzione della mortalità cardiovascolare. L’effetto più marcato riguarda la prevenzione del reinfarto: il rischio di un nuovo evento miocardico si riduce in modo significativo, con un beneficio clinico rilevante. Non emergono differenze sostanziali nella necessità di bypass coronarico o angioplastica, mentre si osserva una riduzione consistente dei ricoveri ospedalieri per qualsiasi causa. Gli effetti sui ricoveri cardiovascolari restano invece incerti, anche per l’elevata eterogeneità tra gli studi.
La qualità di vita migliora in modo significativo: i punteggi delle scale SF 36 e dell’EQ 5D mostrano progressi sia nelle componenti fisiche sia in quelle mentali, con maggiore vitalità, migliore percezione dello stato di salute e miglioramento della funzione sociale. Anche le analisi economiche confermano la convenienza dell’intervento, con un guadagno in qualità di vita a fronte di costi sostenibili.
Nel medio e lungo termine, oltre i 12 mesi, la riabilitazione cardiaca continua a mostrare benefici, con una riduzione della mortalità cardiovascolare e del rischio di infarto. Le analisi di meta regressione indicano che tali effetti non dipendono da caratteristiche specifiche degli studi, del tipo di intervento o del setting, suggerendo una robustezza complessiva delle evidenze. La certezza dei risultati varia da bassa ad alta, con alcune limitazioni dovute a imprecisione, bias di pubblicazione e qualità metodologica non sempre ottimale, soprattutto negli studi più datati.
In conclusione, rispetto all’assenza di esercizio strutturato, la riabilitazione cardiaca migliora in modo significativo gli esiti delle persone con coronaropatia: riduce il rischio di infarto e di ospedalizzazione, migliora la qualità di vita e probabilmente diminuisce la mortalità. I benefici si mantengono nel tempo e l’intervento risulta anche costo efficace. Le recenti evoluzioni — maggiore inclusione delle donne, modelli di riabilitazione domiciliare o digitale, e studi condotti nei Paesi a basso e medio reddito — rafforzano ulteriormente la rilevanza globale di questo approccio terapeutico.
Cochrane Database Syst Rev. 2026 Sep 18; doi: 10.1002/14651858.CD001800.pub5.
https://www.cochranelibrary.com/cdsr/doi/10.1002/14651858.CD001800.pub5/full