Attualità
Caffè
09/07/2026

Caffè e salute del fegato, ampio studio conferma l'associazione con un minor rischio di malattia

Uno studio pubblicato su Clinical Gastroenterology and Hepatology nella coorte UK Biobank associa un maggiore consumo di caffè a un minor rischio di cirrosi, epatocarcinoma e mortalità epatica.

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Il ruolo del caffè nella prevenzione delle malattie epatiche è stato spesso suggerito da studi osservazionali, ma mancavano finora analisi prospettiche su larga scala capaci di integrare biomarcatori avanzati, dati di imaging, profili proteomici e dettagli sulle modalità di consumo. L’indagine condotta sulla coorte della UK Biobank colma questa lacuna, offrendo una valutazione multidimensionale degli effetti del caffè sulla salute del fegato e chiarendo l’impatto di variabili spesso trascurate, come il tipo di caffè, l’aggiunta di zuccheri o dolcificanti e la presenza di modificatori metabolici.

Lo studio ha incluso 354.957 partecipanti privi di cirrosi o epatocarcinoma al basale. Il consumo di caffè, la distinzione tra caffeinato e decaffeinato e l’uso di additivi sono stati rilevati tramite questionari. Gli esiti clinici — cirrosi incidentale, epatocarcinoma e mortalità epatica — sono stati identificati attraverso registri sanitari collegati. In un sottogruppo di 28.961 soggetti sottoposti a risonanza magnetica, sono stati misurati il contenuto di grasso epatico (proton density fat fraction), il ferro e un indice composito di fibro infiammazione (T1 corretto per il ferro). Un’ulteriore sottocoorte di 44.633 partecipanti è stata valutata tramite pannelli proteomici Olink. I modelli statistici hanno tenuto conto di variabili demografiche, comportamentali, metaboliche e genetiche, garantendo un controllo rigoroso dei potenziali fattori confondenti.

Durante un follow up mediano di tredici anni, è emersa una chiara relazione dose risposta: un consumo più elevato di caffè si associava a una riduzione progressiva del rischio di esiti epatici avversi. Il gruppo con assunzione pari o superiore a cinque tazze al giorno mostrava riduzioni significative del rischio di cirrosi (hazard ratio 0,68; intervallo di confidenza al 95% 0,58–0,79), epatocarcinoma (hazard ratio 0,53; intervallo di confidenza al 95% 0,34–0,83) e mortalità epatica (hazard ratio 0,58; intervallo di confidenza al 95% 0,45–0,74). Le associazioni protettive risultavano sovrapponibili tra caffè caffeinato e decaffeinato, suggerendo che i benefici non dipendono esclusivamente dalla caffeina. Inoltre, tali effetti persistevano anche tra i consumatori che aggiungevano zucchero o dolcificanti artificiali, sebbene l’uso di additivi fosse correlato a un lieve incremento del T1 corretto per il ferro, indicativo di una modesta maggiore fibro infiammazione.

Le analisi di imaging confermavano un quadro coerente: un consumo più elevato di caffè si associava a livelli inferiori di grasso epatico, ferro e fibro infiammazione, delineando un profilo epatico complessivamente più favorevole. Anche la proteomica rafforzava questa interpretazione. I bevitori di caffè presentavano concentrazioni più elevate di proteine legate alla sintesi epatocellulare e al complemento — tra cui transtiretina, selenoproteina P e fattori correlati al complemento H (CFHR4/5) — e livelli più bassi di marcatori fibrogenici e di attivazione macrofagica, come microfibril associated protein 4, colony stimulating factor 1 receptor, ectonucleotide pyrophosphatase/phosphodiesterase 2 e transtiretina. Questo pattern proteomico suggerisce un ambiente epatico meno infiammato, meno fibrogenico e con una migliore funzionalità sintetica.

Nel complesso, l’integrazione di dati clinici, radiologici e proteomici indica che un maggiore consumo di caffè si associa a una salute epatica più robusta. Le evidenze convergono verso l’idea che il caffè — in particolare quello non zuccherato — possa rappresentare una strategia semplice, accessibile e potenzialmente efficace per la prevenzione delle malattie del fegato. Questi risultati, ottenuti in una delle più vaste coorti prospettiche disponibili, rafforzano la plausibilità biologica di un effetto protettivo del caffè e aprono la strada a future valutazioni interventistiche mirate.

Clin Gastroenterol Hepatol. 2026 Jul 1:S1542-3565(26)00404-0. doi: 10.1016/j.cgh.2026.04.035.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42385787/ 

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