Il ruolo del caffè nella prevenzione delle malattie epatiche è stato spesso suggerito da studi osservazionali, ma mancavano finora analisi prospettiche su larga scala capaci di integrare biomarcatori avanzati, dati di imaging, profili proteomici e dettagli sulle modalità di consumo. L’indagine condotta sulla coorte della UK Biobank colma questa lacuna, offrendo una valutazione multidimensionale degli effetti del caffè sulla salute del fegato e chiarendo l’impatto di variabili spesso trascurate, come il tipo di caffè, l’aggiunta di zuccheri o dolcificanti e la presenza di modificatori metabolici.
Lo studio ha incluso 354.957 partecipanti privi di cirrosi o epatocarcinoma al basale. Il consumo di caffè, la distinzione tra caffeinato e decaffeinato e l’uso di additivi sono stati rilevati tramite questionari. Gli esiti clinici — cirrosi incidentale, epatocarcinoma e mortalità epatica — sono stati identificati attraverso registri sanitari collegati. In un sottogruppo di 28.961 soggetti sottoposti a risonanza magnetica, sono stati misurati il contenuto di grasso epatico (proton density fat fraction), il ferro e un indice composito di fibro infiammazione (T1 corretto per il ferro). Un’ulteriore sottocoorte di 44.633 partecipanti è stata valutata tramite pannelli proteomici Olink. I modelli statistici hanno tenuto conto di variabili demografiche, comportamentali, metaboliche e genetiche, garantendo un controllo rigoroso dei potenziali fattori confondenti.
Durante un follow up mediano di tredici anni, è emersa una chiara relazione dose risposta: un consumo più elevato di caffè si associava a una riduzione progressiva del rischio di esiti epatici avversi. Il gruppo con assunzione pari o superiore a cinque tazze al giorno mostrava riduzioni significative del rischio di cirrosi (hazard ratio 0,68; intervallo di confidenza al 95% 0,58–0,79), epatocarcinoma (hazard ratio 0,53; intervallo di confidenza al 95% 0,34–0,83) e mortalità epatica (hazard ratio 0,58; intervallo di confidenza al 95% 0,45–0,74). Le associazioni protettive risultavano sovrapponibili tra caffè caffeinato e decaffeinato, suggerendo che i benefici non dipendono esclusivamente dalla caffeina. Inoltre, tali effetti persistevano anche tra i consumatori che aggiungevano zucchero o dolcificanti artificiali, sebbene l’uso di additivi fosse correlato a un lieve incremento del T1 corretto per il ferro, indicativo di una modesta maggiore fibro infiammazione.
Le analisi di imaging confermavano un quadro coerente: un consumo più elevato di caffè si associava a livelli inferiori di grasso epatico, ferro e fibro infiammazione, delineando un profilo epatico complessivamente più favorevole. Anche la proteomica rafforzava questa interpretazione. I bevitori di caffè presentavano concentrazioni più elevate di proteine legate alla sintesi epatocellulare e al complemento — tra cui transtiretina, selenoproteina P e fattori correlati al complemento H (CFHR4/5) — e livelli più bassi di marcatori fibrogenici e di attivazione macrofagica, come microfibril associated protein 4, colony stimulating factor 1 receptor, ectonucleotide pyrophosphatase/phosphodiesterase 2 e transtiretina. Questo pattern proteomico suggerisce un ambiente epatico meno infiammato, meno fibrogenico e con una migliore funzionalità sintetica.
Nel complesso, l’integrazione di dati clinici, radiologici e proteomici indica che un maggiore consumo di caffè si associa a una salute epatica più robusta. Le evidenze convergono verso l’idea che il caffè — in particolare quello non zuccherato — possa rappresentare una strategia semplice, accessibile e potenzialmente efficace per la prevenzione delle malattie del fegato. Questi risultati, ottenuti in una delle più vaste coorti prospettiche disponibili, rafforzano la plausibilità biologica di un effetto protettivo del caffè e aprono la strada a future valutazioni interventistiche mirate.
Clin Gastroenterol Hepatol. 2026 Jul 1:S1542-3565(26)00404-0. doi: 10.1016/j.cgh.2026.04.035.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42385787/