Un recente studio, analizza “lo stato di salute” della dieta mediterranea, analizzandone le conoscenze dal punto di vista di salute pubblica, sostenibilità ambientale e fattori che ne stanno mettendo in crisi la fattibilità e l’uso fra la popolazione, offrendo al professionista sanitario una cornice concettuale utile per la prevenzione primaria.
Riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio culturale immateriale, la MedDiet è riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale non più semplicemente come un regime alimentare, ma come un modello di sistema alimentare olistico, capace di rappresentare un nesso critico tra salute umana, sostenibilità ambientale e sviluppo socio-economico, allineandosi pienamente con i criteri della "Planetary Health".
La revisione, pubblicata su Nutrients, analizza la dieta mediterranea (MedDiet) non solo come strumento di prevenzione cardiometabolica, ma come modello di dieta sostenibile secondo la definizione FAO: nutrizionalmente adeguata, a basso impatto ambientale, economicamente accessibile e culturalmente accettabile. Il lavoro, basato su 258 fonti selezionate da oltre 3.200 record identificati nei principali database (PubMed/MEDLINE, Scopus, Web of Science), offre ai professionisti sanitari un quadro aggiornato utile per la consulenza nutrizionale e per il dialogo con i decisori di sanità pubblica.
Sul piano clinico, la MedDiet resta uno dei modelli alimentari più supportato da evidenze epidemiologiche e trial clinici. Un'alta aderenza è associata a una riduzione della mortalità cardiovascolare del 24-30% e a un'incidenza di malattie coronariche inferiore del 20-25%. Il beneficio, sottolineano gli autori, non deriva da singoli nutrienti isolati ma dalla sinergia della cosiddetta "matrice alimentare": la ricchezza di polifenoli e acidi grassi omega-3 esercita una potente azione anti-infiammatoria, inibendo il fattore nucleare kappa B e riducendo le citochine pro-infiammatorie come IL-6 e TNF-α. Sul fronte metabolico, l'alto apporto di fibre favorisce la produzione di acidi grassi a catena corta che migliorano l'integrità della barriera intestinale e la sensibilità insulinica, riducendo il rischio di diabete di tipo 2 e obesità.
Rispetto ai modelli dietetici occidentali, la MedDiet riduce drasticamente la pressione sulle risorse naturali. La transizione verso questo modello alimentare può ridurre le emissioni di gas serra legate al cibo del 30-50%, grazie al ridotto consumo di carni rosse e processate a favore di alimenti vegetali. Il modello richiede inoltre meno suolo e risorse idriche, sebbene la sostenibilità idrica dipenda anche dalle pratiche locali: colture come noci o olive richiedono una gestione irrigua oculata per rimanere sostenibili nelle regioni a stress idrico. Promuovendo il consumo di varietà locali e stagionali, la MedDiet supporta inoltre la conservazione genetica e la resilienza degli agroecosistemi.
La MedDiet integra stile di vita e comunità in una dimensione che va oltre il piatto. Il pasto condiviso, o commensalità, favorisce legami sociali, riduce il ritmo del consumo alimentare migliorando il senso di sazietà, ed è associato a un minor rischio di depressione e isolamento sociale. Sul piano economico, sebbene percepita come costosa, la MedDiet basata su legumi, cereali integrali e prodotti locali stagionali può risultare invece economicamente competitiva o persino meno costosa rispetto alle diete ricche di cibi ultra-processati.
La revisione documenta un progressivo allontanamento dal modello tradizionale anche nelle popolazioni storicamente associate a questa dieta, questo fenomeno riguarda in particolare le generazioni più giovani e si associa a una perdita di competenze culinarie e di abitudini. L'urbanizzazione e la globalizzazione hanno introdotto uno stile di vita sedentario e mentre la perdita di abilità culinarie e la mancanza di tempo riducono la preparazione domestica dei pasti, spingendo verso opzioni pronte al consumo e nutrizionalmente povere.
A questo si aggiunge una crescente dipendenza da cibi ultra-processati (UPF), ricchi di zuccheri raffinati e grassi saturi, che rappresentano una delle minacce più significative alla stabilità e alla diffusione della Dieta Mediterranea, agendo come driver principale del declino della sua aderenza persino nei paesi d'origine.
Per gli operatori sanitari, la MedDiet dovrebbe essere promossa come un quadro flessibile e non come una prescrizione statica.
Gli autori suggeriscono alcuni punti operativi per promuovere l’aderenza alla MedDiet:
• Considerare le barriere socioeconomiche: alfabetizzazione alimentare e possibilità locali condizionano l'adesione quanto, o più, della sola informazione nutrizionale, nella consulenza questo aspetto andrebbe sempre considerato.
• Inserire la dimensione di sistema nella consulenza: politiche di sanità pubblica (sussidi, ristorazione collettiva, regolamentazione del marketing) restano determinanti complementari indispensabili rispetto al counseling individuale.
• Evitare un'idealizzazione acritica: la revisione invita a non presentare la MedDiet come soluzione universale, ma come modello di riferimento adattabile, le cui evidenze ambientali ed economiche presentano comunque eterogeneità metodologica significativa rispetto a quelle cliniche, più solide.
In conclusione, la Dieta Mediterranea offre una soluzione integrata per affrontare la doppia sfida della crisi sanitaria legata alle malattie croniche e della crisi climatica. Per il professionista sanitario, promuovere questo modello significa fare prevenzione primaria efficace proteggendo, al contempo, il futuro del pianeta.
Matteo Vian