Clinica
Longevità
07/05/2026

Longevità e dieta, i figli dei centenari mostrano abitudini alimentari più sane

Uno studio rileva che i figli dei centenari mostrano abitudini alimentari moderatamente più sane rispetto ai coetanei, ma senza un chiaro legame causale con la longevità

meddiet

I figli di persone vissute almeno fino a 100 anni mostrano una qualità della dieta lievemente superiore rispetto alla media degli anziani, è quanto emerge da un recente studio pubblicato su “The Journal of nutrition, health and aging” condotto dalla Boston University.

In tutta Europa, le persone tendono già a vivere più a lungo della media globale, con un'aspettativa di vita che raggiunge gli 81,7 anni, secondo i dati del 2024. Italia, Svezia e Spagna hanno registrato la massima aspettativa di vita (circa 84 anni), mentre le più basse sono state in Bulgaria, Romania e Lettonia.

Ricerche precedenti suggeriscono che i figli dei centenari condividono spesso alcuni tratti di salute tipici dei genitori, con tassi di malattie legati all’età marcatamente inferiori, in particolare patologie cardiovascolari come infarto e ictus. Partendo da queste evidenze, i ricercatori si sono chiesti se le abitudini alimentari “ereditate” dai familiari influissero in modo concreto sullo stato di salute.

La ricerca, condotta nell'ambito del New England Centenarian Study, uno dei più ampi studi internazionali sulle famiglie longeve, ha analizzato i questionari alimentari compilati nel 2005 da 457 adulti arruolati nello studio, la maggior parte dei quali figli adulti di centenari, con età compresa tra i 42 e i 92 anni.

I ricercatori hanno analizzato i dati di 335 figli di centenari e 128 controlli, la qualità della dieta è stata rilevata tramite il questionario di Harvard FFQ e valutata attraverso quattro indici compositi: l'AHEI (Alternative Healthy Eating Index), orientato alla prevenzione delle malattie croniche; l'HEI (Healthy Eating Index), che misura l'aderenza alle linee guida dietetiche ufficiali statunitensi; il MIND (Mediterranean-DASH Intervention for Neurodegenerative Delay), sviluppato specificamente per la prevenzione del declino cognitivo; e il PHDI (Planetary Health Diet Index), che integra la dimensione della sostenibilità ambientale.

Lo studio ha riscontrato una qualità dietetica complessivamente moderata. Le diete non erano perfette, ma con punteggi erano in qualche misura superiori rispetto ai controlli. I figli di centenari mostrano una qualità dietetica moderata, con punteggi superiori alla media degli anziani su tutti e quattro gli indici valutati, ma senza differenze statisticamente significative rispetto al gruppo di controllo. Nella loro dieta prevalgono frutta, verdura, pesce e proteine poco processate, con una buona capacità di limitare sodio, zuccheri aggiunti e carne processata. Rimangono però criticità e carenze per quanto riguarda il consumo di cereali integrali, soia e frutta secca, tutti alimenti ampiamente raccomandati dalle principali autorità sanitarie internazionali per la riduzione del rischio di malattie croniche.

Gli autori sottolineano tuttavia che i risultati non dimostrano un nesso causale tra dieta e longevità. Lo studio è osservazionale e basato sulla dieta autoriferita in un singolo punto nel tempo. Il campione era inoltre caratterizzato da elevato livello di istruzione e prevalenza etnica caucasica, il che ne limita la generalizzabilità. Il livello di istruzione è emerso come uno dei fattori più chiaramente associati alla qualità della dieta: i soggetti con istruzione più elevata tendevano ad ottenere punteggi migliori su tutti gli indici. Nel complesso, i dati suggeriscono che il vantaggio di sopravvivenza di queste famiglie sia mediato più da fattori genetici o metabolici che da abitudini alimentari distintive rispetto ai coetanei.

I ricercatori indicano la necessità di migliorare l'educazione nutrizionale negli anziani, includendo competenze pratiche come la lettura delle etichette e capacità di cucinare bene gli alimenti. Sottolineano inoltre l'importanza di interventi di politica pubblica per migliorare accessibilità e disponibilità di alimenti come cereali integrali e legumi, e di strategie mirate per ridurre le disuguaglianze, socioeconomiche.

Per il clinico, questo studio ricorda che nelle consulenze nutrizionali orientate alla longevità, il peso dell'intervento educativo rimane l'intervento migliore e con il supporto empirico più solido.

Matteo Vian

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