Un maggiore consumo di alimenti ultra-processati è associato a una riduzione delle performance attentive e a un aumento del rischio modificabile di demenza. È quanto emerge da uno studio osservazionale pubblicato su Alzheimer’s & Dementia, condotto su una coorte di adulti australiani di mezza età e anziani.
L’analisi ha incluso 2.192 soggetti senza diagnosi di demenza, di età compresa tra 40 e 70 anni. L’assunzione alimentare è stata valutata attraverso un questionario validato e classificata secondo il sistema Nova, che distingue gli alimenti in base al grado di trasformazione industriale. La funzione cognitiva è stata misurata con la batteria Cogstate Brief Battery, mentre il rischio di demenza è stato stimato con l’indice CAIDE.
I risultati mostrano che a ogni incremento del 10% nella quota di alimenti ultra-processati nella dieta si associa una riduzione del punteggio di attenzione (−0,05 punti) e un aumento del punteggio di rischio di demenza (+0,24 punti). Le associazioni risultano indipendenti dall’aderenza alla dieta mediterranea, suggerendo un ruolo specifico del livello di processamento degli alimenti.
Non è stata osservata un’associazione significativa tra consumo di alimenti ultra-processati e memoria. Gli autori indicano inoltre che il consumo di questi alimenti è già stato collegato in letteratura a oltre trenta esiti avversi di salute, inclusi fattori di rischio per la demenza come malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e obesità.
Trattandosi di uno studio trasversale, i risultati non consentono di stabilire un rapporto causale. Tuttavia, secondo gli autori, i dati supportano l’ipotesi che il grado di trasformazione degli alimenti rappresenti un fattore distinto e rilevante per la salute cognitiva, con possibili implicazioni per strategie di prevenzione già nella mezza età.